Settembre 07, 2014 515

Il Presidente Soriero parteciperà alla XXX edizione del Premio Sele d'Oro

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Sabato 13 settembre dibattito sul tema "Mezzogiorno, Italia ed Europa tra crisi e ripresa" con la partecipazione del presidente Soriero. Leggi il programma…
Luglio 27, 2014 983

"L'Unità" di oggi dedica un'intera pagina al nuovo libro del presidente Soriero

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Luglio 23, 2014 526

DA OGGI NELLE LIBRERIE "Sud, vent’anni di solitudine", il nuovo libro del Presidente Soriero

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Si può uscire da vent’anni di solitudine? Il Sud può essere utile anche al Nord? A queste domande cerca di rispondere il presente libro, a partire da una…

Il messaggio di Napolitano

Progetto Università Solidali

 
 

Il ricordo di un grande manager: Claudio Demattè

di Beniamino Morrone, collaboratore del prof. Demattè
 
DEMATTE’, IL PROFESSORE CHE AMAVA LE SFIDE DI ROTTURA

Con il riordino delle Casse Meridionali, riuscì a realizzare la quadratura del cerchio: ordine nei conti, riorganizzazione aziendale, taglio del costo del lavoro senza incidere sull’occupazione.Una ricetta che poi fu “esportata” e adottata dal sistema creditizio e da altri settori produttivi.
Una Fondazione per dare continuità alla sua opera.

Demattè era stato dirottato al Sud il 3 luglio del 1996 per mettere ordine nei conti delle tre Casse meridionali del Gruppo Cariplo (Carical, Caripuglia e Carisal), puntare al loro rilancio e accelerare i tempi della privatizzazione della banca milanese. Ma all’operazione Demattè diede, come vedremo più avanti, un respiro e una valenza nazionale, con il chiaro obiettivo di dare al sistema bancario italiano, partendo proprio dal Mezzogiorno, la rotta giusta per stare al passo con l’Europa. Scrivo, dunque, per ricordare il maestro, l’amico, ma soprattutto perché trovo giusto che, almeno ora che non è più tra noi, le Istituzioni, il Sistema Bancario, la “sua” Bocconi, il Paese gli diano merito per i risultati straordinari prodotti e soprattutto, pensino a costituire una Fondazione che sappia dare continuità ai suoi insegnamenti.

Il dieci luglio ebbi il piacere di conoscere personalmente il professore. Non lo scorderò mai, mi colpirono in particolare la capacità d’ascolto, il carisma, la velocità di pensiero, la determinazione, i tratti signorili. Capii che si trattava, come si dice, di un cavallo di razza. Mi domandai come era stato possibile che un uomo di un altro pianeta fosse piovuto in Calabria. Incominciai a lavorare al suo fianco e vi rimasi per oltre quattro anni. Il professore sapeva che le cose da fare erano tante e complesse e che i tempi, ancora una volta, erano per lui brevi. Prima di cominciare il nostro tour mi anticipò il suo progetto: una lezione semplice, come lui sapeva fare. “Le banche meridionali hanno una struttura di costi fissi incompatibile con il volume delle attività indotte dalla struttura economica del territorio, dunque è urgente “ripensare” il credito al Sud. E’ necessario perciò un patto chiaro con i sindacati per ridurre i costi a livelli accettabili, sul piano del rapporto con il mercato poi, occorre più responsabilità e prudenza nell’erogazione del credito da parte delle banche, più disciplina da parte dei debitori nell’onorare gli impegni e più incisività da parte della magistratura nel farli onorare”. “Le nostre Casse si trovano ad un bivio: fra la crisi irreversibile e lo sviluppo. Occorre voltare pagina e questo significa, insisto, fare tre cose: ristrutturare le banche, impostare su basi più sane i rapporti con la clientela, promuovere lo sviluppo delle aree nelle quali operano”.

Con questo impegno iniziò, il giorno successivo, il nostro giro per la Calabria e la Basilicata, per toccare con mano la realtà, conoscere da vicino le filiali della banca, i suoi uomini, il territorio, il mondo delle imprese, le istituzioni, le associazioni di categoria, gli organi di stampa. La mattina la partenza era fissata per le sette, il rientro, al San Michele, non prima delle venti. Il professore era nato tra le montagne, rivendicava le sue origini trentine, ma amava molto il mare; e tuttavia quell’estate frequentammo la spiaggia soltanto il sabato e la domenica. Il Presidente amava presentarsi agli appuntamenti nelle filiali con semplicità e senza che le visite fossero annunciate. Durante i viaggi in Calabria e Basilicata, il nostro lavoro era principalmente dedicato a rappresentare alla stampa con coraggio e trasparenza il progetto di rilancio di Carical e ad arginare le pesanti resistenze politiche e sindacali. Il professore non trascurava niente: voleva sapere, capire, chiedeva notizie sulla storia della banca, sulle tradizioni, sulla cultura calabrese, sulle cause del mancato sviluppo della regione, sulla vischiosità della politica e delle istituzioni. Insomma, tutto ciò che era utile perché potesse farsi un’idea della realtà con la quale da lì a poco avrebbe dovuto fare i conti.

L’impegno del professore continuò con maggiore lena a settembre. Lo stato di salute delle tre Casse meridionali – questo era il suo punto di maggiore forza – era strettamente legato allo sviluppo del territorio, dunque il rilancio non poteva prescindere da un superamento dei ritardi e delle disfunzioni dell’economia meridionale. Con questo obiettivo il nostro tour si allargò alla Puglia, in pratica non si interruppe mai. Sempre in giro alla ricerca di alleanze, di consensi su proposte quali quella di una venture capital per il Sud: un patto a tre, banca, impresa e Stato, finalizzato a favorire lo sviluppo e l’occupazione. “Vedete, diceva spesso ai suoi interlocutori, è importante voltare pagina perché dobbiamo essere pronti all’appuntamento con l’Europa. La geografia, sosteneva, assegna al Sud un handicap per il presente, ma anche una prospettiva per il futuro. L’handicap è la distanza dal grande mercato del centro Europa, ma la stessa posizione geografica potrebbe diventare in futuro la carta vincente se parte la ricostruzione dell’ex Iugoslavia, se si salda la cintura che partendo da Tirana raggiunge la Turchia e l’Egitto, se si afferma la centralità di Gioia Tauro, se si potenzia e qualifica l’offerta turistica, se si dà spazio in agricoltura alla ricerca e alla sperimentazione. Per dare sostanza a quest’idea progettuale gli imprenditori, diceva, dovranno fare la loro parte perché la competizione sarà sempre più serrata. Le imprese dovranno irrobustire il loro patrimonio, avviare significativi processi di ristrutturazione, acquisire una nuova cultura, bandendo vecchie ed improduttive logiche assistenzialistiche. Ma, ovviamente, anche le banche dovranno voltare pagina, dovranno agire incisivamente sulle capacità di sviluppo dell’economia”. Concentrati a perseguire questo obiettivo, settembre ed ottobre furono due mesi molto caldi. Da una parte, gli incoraggiamenti della Banca d’Italia verso la ricerca di un accordo sindacale flessibile, a tutto campo, dalle questioni normative al costo del lavoro; dall’altra l’esigenza di fronteggiare la contrapposizione sindacale e politica sempre più incalzante, decisa a difendere con tutti i mezzi una realtà consociativa che tanti guasti aveva provocato.

Fu così che il 29 ottobre decidemmo di organizzare una conferenza stampa a Roma nella sede dell’ACRI, alla presenza di tutta la stampa nazionale ed estera, per presentare Fincarime (la nuova holding alla quale facevano appunto riferimento le tre Casse meridionali) e per inviare al Paese un messaggio che solo un uomo determinato come il professore avrebbe potuto lanciare: consistente ricapitalizzazione, trasferimento dei crediti in sofferenza ad una bad bank, negoziato non-stop con i sindacati per arrivare ad un taglio del costo del lavoro e per trovare una soluzione ad un’eccedenza di personale stimata in 1.400 unità, avvio di una radicale riorganizzazione e ridistribuzione di funzioni e attività. Vie alternative o scorciatoie, questa era la conclusione del messaggio, nessuna. Da quella data partirono una serie di iniziative che - in un contesto complesso come quello meridionale - potrebbero oggi essere portate come “case history” nelle aule universitarie per dimostrare che anche le imprese impossibili, quando sono pensate e gestite con competenza e decisione, possono produrre risultati impensabili.

Il 24 novembre del 1996 venne raggiunto l’accordo con le organizzazioni sindacali che consentiva di ridurre i salari di circa il 25% ed allineava i costi a quelli compatibili con la concorrenza e con le richieste della comunità europea. Tutto senza incidere sui livelli occupazionali e soprattutto senza l’intervento pubblico, come era stato necessario per altre banche del Sud. Primo accordo in Italia – è questo il capolavoro di Demattè - che finì per indicare al sistema bancario italiano la strada maestra per uscire dalla crisi senza traumi. Lo stesso F.M.I. in occasione dell’annuale convegno a Hong Kong, definì l’accordo raggiunto come “la rotta da seguire per risolvere il problema del costo del lavoro”. Sempre in quel periodo, il Governatore della Banca d’Italia, dalle pagine del Corriere della Sera, forte dell’intesa raggiunta da Demattè, ebbe l’opportunità di lanciare un nuovo allarme ed un invito alle banche ad accelerare l’avvio del non più rinviabile processo di riorganizzazione del sistema. Un invito che offrì al Presidente dell’ABI – Tancredi Bianchi - l’occasione per chiedere al Presidente del Consiglio Prodi di farsi promotore di un tavolo negoziale tra esecutivo, ABI e sindacati bancari per esaminare, alla luce di quanto era stato fatto nel Mezzogiorno, i “tre problemi che frenavano il mondo del credito: esuberi, costo del lavoro e rigidità dei contratti”. Nei mesi successivi Demattè portò con successo a compimento il processo di riorganizzazione e ripatrimonializzazione aziendale, definì gli aspetti societari, avviò la nuova Banca Carime.

Il 16 gennaio del 1998 tornammo a Roma, nella stessa sede dell’ACRI, di nuovo a confronto con la stampa nazionale per onorare l’impegno preso nell’ottobre del 1996, presentare Carime e dire al Paese che la missione Mezzogiorno si era conclusa felicemente. Dopo avere messo ordine ai conti delle tre Casse meridionali, nasceva dunque Banca Carime: un patrimonio di 1.600 miliardi, senza una lira di sofferenza, oltre 4.000 dipendenti, pronta ad operare con rinnovato impegno per favorire lo sviluppo del Sud. Demattè non solo si lasciava alle spalle la crisi delle Casse meridionali, ma offriva all’intero sistema bancario un progetto organico che, preso come modello, portò Cariplo prima, Banca Intesa poi e via, via tutte le altre banche verso quel processo di cambiamento e di aggregazione, che consentì al sistema bancario di presentarsi all’appuntamento con l’Europa con le carte in regola.

Ma vi sono altri punti d’osservazione che non possono essere trascurati. Demattè portò a compimento il suo progetto facendo sempre squadra, senza portare mai nessun manager dall’esterno: non ne aveva bisogno, era troppo forte. Alla maniera dei grandi allenatori, ha sempre utilizzato le risorse a disposizione e con esse è pervenuto al successo. Agli uomini più autorevoli ha dato la possibilità di crescere e di proporsi in competizioni ancora più esaltanti. Seguiva l’esecutivo con il massimo rispetto, senza mai entrare nel merito delle scelte gestionali. Demattè, dotato di grande sensibilità ed umanità, era, per formazione e cultura, un democratico, un garantista rispettoso delle persone e dei diritti dei lavoratori. Amava le sfide, affrontava con coraggio e determinazione le imprese più disperate, ma le sue azioni erano sempre condotte a viso aperto e con occhio attento alle regole. Mai e poi mai usò o avrebbe usato il suo potere a sproposito. Tutt’altro, le sue armi vincenti sono sempre state la dialettica, la capacità di convinzione. Tracciata la rotta, salvati i livelli occupazionali, avviata Carime, la missione di Demattè poteva dirsi conclusa, ma non fu così.

Nominato Presidente delle Ferrovie, i nostri incontri divennero sempre più radi, ma lui, nei momenti più difficili, era sempre pronto ad affrontare la piazza (amava la piazza), ad offrire a Carime il suo prestigio, la sua esperienza. Tutte le sue grandi scelte sono state affrontate e vissute con passione ed intensità. Indubbiamente una questione di carattere. Tuttavia, è certo: Demattè era un personaggio scomodo, estraneo a schemi precostituiti e, per questo utile al sistema solo per imprese di “rottura”. Si spiega così la sua presenza alla Rai e alle Ferrovie e nello stesso Gruppo Intesa, dove in questi ultimi anni avrebbe certamente meritato altro spazio. Stava sornione al gioco, era consapevole di operare in un Paese vocato a logiche consociative, con ritmi esasperatamente lenti, lontano dall’Europa, dalle nuove regole dettate dal mercato e dalla globalizzazione. Sapeva di essere attrezzato per le imprese difficili e questo gli piaceva, ma era anche troppo scomodo, troppo fuori da certe logiche. Il professore ci ha lasciati nello spazio d’un mattino, con la stessa rapidità con la quale affrontava e risolveva i problemi.

Una vita intensa ma troppo breve.
Una perdita grande per la sua famiglia, per tutti noi, per il Paese. Spero almeno che dalla “sua” Bocconi prenda corpo l’idea di costituire una Fondazione che sappia dare continuità al suo progetto, alla base del quale vi erano soprattutto i grandi valori dell’etica.

Beniamino Morrone
collaboratore prof. Claudio Demattè 

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