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Luglio 23, 2019 1038

Luna per sempre

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Articolo di Mauro Minervino, pubblicato nei giorni scorsi dal "Quotidiano del Sud" «Luna, luna santa...». Mia nonna con la luna ci parlava, la invocava la…

Il messaggio di Napolitano

Progetto Università Solidali

Luna per sempre

 

Articolo di Mauro Minervino, pubblicato nei giorni scorsi dal "Quotidiano del Sud"

 

«Luna, luna santa...». 

Mia nonna con la luna ci parlava, la invocava la Luna.

Le rivolgeva sussurrando preghiere, parole misteriose e arcane, pronunciate con la fede antica e la grazia infantile e amorosa della devozione popolare. Mi incantava sempre mia nonna Maria quando rivolgeva le sue preghiere alla luna; ancora mi incanta e mi emoziona quel ricordo, ormai sommerso dal tempo, eppure vivo e mai confuso. In un paese di mare come Paola, sul Tirreno, il mare occidentale del tramonto, la luna spunta alle spalle, sfolgorante e bella appena oltrepassa il muro nero e altissimo dei monti dell’Appennino calabro, che in quel punto cela del tutto l’interno e separa l’osso sporgente della costa dalle terre invisibili, l’impasto più alto e massiccio della Calabria interna. L’astro nelle notti di luglio diventava subito enorme, impressionante. Spettacolo ancora più impressionante agli occhi di un bambino. Una luna ciclopica, gravida, bianchissima e nuda saliva veloce nel cielo pulito, finché al massimo dell’ascesa, oltrepassata la coltre dei monti, tagliava in due il Tirreno con una maestosa spada di riflessi argentei che si specchiava nel mare immenso e rilucente della notte estiva. Uno spettacolo che invadeva il buio dal cielo al mare, fino al “pònnere” della nottata, quando la luna scendeva arrossando il cielo di un’ombra calda. Fino a specchiarsi, a baciare il mare e le barche dei pescatori messe a pescare per attirare i polipi, le aguglie, i pesci volanti e i banchi di alici guizzanti a pelo dell’acqua sotto il fiotto di luce delle lampare. Le barche dei pescatori tremavano nel buio tra cielo e mare, disperse sull’orizzonte come lanterne di viandanti in cammino. Intorno a noi era la gran notte. La notte avvolta da un buio denso e sereno, che poi non ho mai più rivisto. Tutto intorno il mondo vicino casa era ancora scarso di lampadine e lampioni, di fari d’automobile, pieno di incanti e avvolto dal profumo delle ginestre e dei mirti, sospeso in un silenzio di cicale e di grilli.

Quando spuntava la luna piena salivamo in terrazzo, in cima alle scale di pietra di quelle vecchie case di tufo in cui abitammo, nel cuore rugoso del paese vecchio, tra i vicoli del Cancello, dell’Immacolata e del Duomo. E lì su balconi e terrazzi restavamo muti col naso in su a vederla, la luna, impadronirsi del cielo, come una signora, maestosa e bella: «’Na maronna», come diceva mia nonna.

Non avevo ancora dieci anni. Amavo la luna.

Sentivo il potere della luna. La luna che riesce a mutare per sempre il destino. Per una tardiva magia, in una notte come quelle di quand’ero bambino, nel crepuscolo illuminato di un plenilunio di luglio, sotto una luna così mi sarei innamorato di nuovo, non più ragazzo ma nella mia tardiva età d’uomo.

«Unn’a guardat’ tropp, ca’ luna vi sùca», raccomandava alla fine bonariamente mia nonna a noi bambini incantati da quel nudo biancore carico di un bagliore erotico. La luna che “succhia” le forze, che strega chi si attarda a prestarle gli occhi, a spiarla e a vaneggiare. La luna, la pelle bianca e nuda di una donna. Si rischiava davvero di perdere la testa indugiando ad ammirare troppo quella pelle di latte che illuminava la notte. La luna è femmina, ed è capace di risucchiarti in cielo, lo diceva mia nonna. Ancora oggi, ben più che adulto, non riesco a passare tranquillo in un letto una notte illuminata dal plenilunio.

La luna mi strega, mi agita, sempre. Moon Struck, “stregati dalla luna”, appunto: chi non ricorda quel bellissimo film, storia di italo-americani? E secoli prima Ariosto non aveva immaginato nel suo Orlando Furioso che fra i crateri della luna andasse a finire il senno umano, conservato in fragili ampolline di vetro?

Ma anche la luna di Paola all’improvviso non sembrò più così lontana, così magica, così poetica.

La luna santa di mia nonna finì in quella notte del 20 luglio 1969. Io non avevo ancora compiuto dieci anni. Le ragazzine di quegli anni mi piacevano solo se avevano la pelle di latte e le labbra rosse, anche se portavano la treccia e i calzini di cotone sui sandali. Dovevano somigliare alla luna. Il resto erano fantasie, già piuttosto torride. Misteri e voglie infantili si perdevano nel letto svaporando nelle sudate delle notti estive in compagnia della luna piena. Per me le ragazze belle stavano sulla luna e somigliavano alla luna. Forse da lì non sono mai scese, sono rimaste sempre lì come calamite lontane negli occhi della notte.

Davanti a un televisore in bianco e nero appannato dall’effetto nevischio, a seguire quella telecronaca allucinata con Tito Stagno e il leggendario Ruggero Orlando, che raccontava l’impresa dall’America con quella sua voce da vecchio ubriaco da osteria, c’ero anch’io; io bambino incollato allo schermo. La mia generazione è diventata grande con le immagini catodiche e la compagnia della tv. Mi ricordo che mentre andava la telecronaca in diretta, uscivo fuori dal balcone e guardavo la luna. Facevo avanti e indietro dal balcone. Era sempre quella la luna? Sembrava impossibile, ma accadeva lì, in quel preciso momento, ma non si vedeva niente neanche col binocolo. Ricordo ancora il momento preciso, la meraviglia indicibile del “lunar landing and first moonwalk”.

 

Toccarono la luna quella notte. Anche la luna che occhieggiava pigra e argentea sopra i vecchi tetti di Paola. Mia nonna invece quella sera si chiuse in casa ostinata, come se le facessero un dispetto; lei non lo volle vedere in tv lo sbarco del primo uomo sulla luna. Non poteva essere vero («chi’ poch’ c’n’ ammentano chisti ra tellevisione!»); neanche doveva succedere un sacrilegio come quello, profetizzando cupa, dopo la profanazione del suolo lunare da parte dei «miricani», chissà quali catastrofi mondiali. Per lei la luna non si doveva toccare, era «santa» la luna. Punto e basta. E quello degli astronauti era un gesto empio, sacrilego, una profanazione vera. Come mettere le mani addosso alla Madonna. E poi quella che passavano alla televisione non poteva essere la luna vera, era una diavoleria di «sti miricani spafanti…, hii e ’mo a toccan a luna! E ch’ sa toccan’ chidda si’gnuce subito» – che ci provassero a toccarla davvero, la luna, se li sarebbe inghiottiti subito quei fanatici di americani con tutta la loro scatoletta di latta e le tute da palombaro. Al massimo poteva essere una cosa finta, come capitava al cinema. Non era più quella la luna a cui sussurrava mia nonna.

Era una donna di cuore mia nonna, ingenua e bambina come tutte le persone di un altro secolo che catapultate dal vecchio mondo dei contadini e dei braccianti del Sud arrivavano spaesate a quel capolinea della storia che furono gli anni Sessanta-Settanta della nostra epoca. Io invece il giorno dopo l’allunaggio dissi convinto a mio padre che aveva fatto il marinaio e che adesso faceva il ferroviere alla stazione di Paola, che da grande avrei fatto l’astronauta. A lui i treni, e a me le navi spaziali che volavano nel cosmo per andare molto più lontano dei locomotori che spingevano i treni fino a Napoli e Siracusa, più lontano del Peloritano e del Treno del Sole che arrivavano a Milano e a Torino. Volevo la tuta da astronauta, non la divisa da ferroviere. Da grande avrei pilotato uno di quei razzi capaci di spingersi a esplorare nuovi mondi attraversando il buio tenebroso che si allarga tra le costellazioni. «Allora mettiti a studiare matematica per fare l’ingegnere», mi disse serio e furbo mio padre, «che ingegnere devi essere, come gli astronauti». Io, che già coi numeri delle tabelline mi imbrogliavo sempre, e che invece imparavo gli atlanti di geografia a memoria, che leggevo già troppi romanzi d’avventure e di fantascienza. Già impapocchiavo storie, almanaccavo viaggi e avventure. No, la matematica no, non era per me il calcolo algebrico, le equazioni astruse della fisica, la precisione delle formule chimiche e delle scienze tecnologiche. E così sia. Ci rinunciai quasi subito a fare l’astronauta. La luna no, mi attirava sempre. Colpa della matematica che non mi è mai entrata nella testa. Poi pensavo convinto che l’umanità si è sempre confrontata con avventure superiori alle proprie forze, ma prima le ha sempre prefigurate, immaginate precise-precise, se l’è almanaccate e scritte raccontandole in forma di mito, di avventura, di libro d’immaginazione. Il volo sulla luna in fondo già allora non mi apparve un’impresa diversa da quella degli Argonauti nella Colchide alla ricerca del Vello d’Oro, o degli eroi di Omero, Ulisse per primo, pronti a sfidare le insidie del mare e dei popoli antichi per finire oltre i confini del mondo conosciuto.

Mi restano ricordi indimenticabili di quella notte. Capii che il mito e tutta la poesia della luna e dei poeti si arrese di colpo alla prepotenza del tempo, e l’astro d’argento diventò schiavo della tecnica. La telecronaca dell’allunaggio la seguii assieme a mio padre e mia madre nel tinello di casa. Mi ritorna in mente una specie di tremore, l’emozione di un ragazzino di provincia che si affaccia sull’orlo del mondo e respira il momento più raro, l’attimo della storia.

Per vedere meglio e per non perdermi neanche il minimo dettaglio, verso la fine rimasi attaccato al televisore, a pochi centimetri dal teleschermo. Mia madre mi diceva che così «m’incecavo» di sicuro e diventavo pure verde se mi prendevo tutte le radiazioni del vecchio Telefunken a valvole, comprato a rate, che si ergeva col suo elaborato chassis di latta sulla lastra di cristallo del mobiletto portatelevisore, una specie di ragno a rotelle simile in tutto a un modulo lunare, un trespolo orrendo dalla smisurata carrozzeria e dall’avveniristica foggia impressa in lamiera stampata che avevamo collocato con la funzione sacrale di una stele del neolitico in un angolo del tinello di casa al Cancello, in via Cristoforo Colombo. Mi imprimevo a memoria ogni parola della storica telecronaca che bucava lo schermo con un profluvio gracidante di parole in inglese. Ero già patito dell’inglese, che leggevo nelle selezioni del Reader’s Digest che mio padre portava dall’edicola della stazione. Anche quei lunghi scratch e stinky noise, i disturbi elettromagnetici alle trasmissione radio che interrompevano il parlato tra la base della Nasa a Cape Canaveral e gli astronauti in missione nello spazio, mi sembravano suoni imperdibili, la vera voce della luna.

Ero curioso fino al fanatismo, l’avventura spaziale si scatenava in dettagli trascrittivi. Non mi persi niente dell’allunaggio. Neanche il memorabile scazzo in diretta tv tra il telecronista Rai Tito Stagno («Hanno toccato!», «No, non hanno toccato», a cui rispondeva gracchiando per dispetto il vecchio telecronista Ruggiero Orlando inviato dalla Rai a Cape Canaveral). Da adulto, non sazio, ho comprato le registrazioni ufficiali dell’evento; ce n’è copia dell’originale alla Biblioteca del Congresso del Senato degli Stati Uniti di Washington DC. Quella notte del 1969 nel tinello di casa mia, in via Cristoforo Colombo a Petra, dal nevischio che accecava il vecchio Telefunken e i miei occhi da miope da cui intravedevamo a stento la telecronaca dell’allunaggio, non mi sfuggì neanche una frase delle manovre e dei comandi che scandirono quel primo memorabile sbarco sulla luna. Neanche quella, che anche per me da allora restò sempre un mistero, e che a un certo punto fu detta da Neil Armstrong. Una frase che il comandante dell’Apollo 11 pronunciò, ben scandita, appena prima di rientrare nel lem, quell’assurdo modulo lunare a forma di ragno che sembrava incartato in un foglio di alluminio da rosticceria: «Good luck, Mr. Gorsky».

Un’esclamazione enigmatica, che ho inseguito per decenni, tentando di capirne il senso, di arrivare a una decifrazione. Anche quelli della Nasa che monitoravano da terra le fasi dell’impresa pensarono sempre a una frase priva di senso, una cosa insensata, un crollo di nervi, o che fosse riferita a un cosmonauta rivale: un cosmonauta sovietico battuto nella corsa per la luna. Negli anni seguenti anche molti giornalisti interrogarono Armstrong sul significato di quella frase sibillina, ma l’astronauta si limitava semplicemente a sorridere. Finché, il 5 luglio 1995 a Tampa Bay in Florida, dopo ventisei anni dall’evento, finalmente Armstrong rispose e spiegò. Raccontò che il signor Gorsky era ormai deceduto e così non riteneva più “sconveniente” sciogliere il segreto di quella frase così strana.

Nel 1938, quando Armstrong era ancora un ragazzino di una piccola città del Midwest (Wapakoneta), stava giocando a baseball con un amico in cortile. La palla finì per errore nel giardino dei vicini, proprio sotto la finestra di casa del signore e della signora Gorsky. Più precisamente la palla era finita sotto la finestra che dava sulla camera da letto della coppia. E gli ignari signori Gorsky, colti in un momento di intimità particolarmente focoso, stavano litigando. Ma su cosa? Il ragazzino Armstrong, stuzzicato dalla situazione, andò più sotto quella finestra forse non solo per recuperare e raccogliere innocentemente la sua palla da baseball. A un certo punto udì la signora Gorsky strillare. Apostrofando il marito, niente meno che con questo: «Un pompino! Vecchio porco, tu, mio marito... vorresti che ti facessi un pompino? Scordatelo, non sono mica una donnaccia! Ti farò un pompino solo se e quando il ragazzino dei vicini riuscirà a camminare sulla luna!». Good luck, Mr. Gorsky!.

È noto che a proposito dello sbarco sulla luna di quel lontano 20 luglio 1969 esiste una scuola di pensiero che nega che l’impresa sia mai realmente avvenuta e che, al contrario, si tratti di una perfetta simulazione, e che ebbe come regista niente meno che l’autore di 2001 - Odissea nello spazio, Stanley Kubrick che appena un anno prima, nel 1968, aveva finito di girare quel suo capolavoro. Per gli scettici sarebbe Kubrick l’autore di quella minuziosa ricostruzione realizzata in un attrezzatissimo studio della Nasa, e poi ripresa dalle telecamere in modo che apparisse più vera del vero. L’orma della scarpa sulla polvere lunare, la bandiera americana rimasta floscia per assenza di atmosfera, la placca con i disegni dei due emisferi terrestri, le firme degli astronauti e del presidente Nixon e quell’iscrizione morale che stabilisce: «Qui uomini dal pianeta Terra / fecero il primo passo sulla Luna / Luglio, 1969 d.C. / Siamo venuti in pace per tutta l’umanità».

Peccato non aver fatto in tempo a dirlo a mia nonna Maria, che in fondo all’uomo sceso sulla luna quella in notte luglio non ci aveva mai creduto.

Degli altri retroscena di quella prima avventura lunare troppe cose ancora non si conoscono. Come per esempio il fatto che l’efficientissimo ufficio stampa della Nasa aveva già preparato un messaggio di cordoglio che Nixon avrebbe dovuto pronunciare davanti alle telecamere nel caso di cattivo esito della missione (ne esiste una copia negli Archivi nazionali di Washington DC, datato 18 luglio 1969). Nel finale c’è una parafrasi dei versi di Rupert Brooke (1887-1915), poeta-soldato considerato una sorta di Ungaretti britannico. La poesia è intitolata The soldier (Il soldato): «Se muoio, pensate solo questo di me: che c’è un angolo in un campo straniero che è per sempre Inghilterra». Il messaggio funebre per gli eroi dell’Apollo 11 immolati sulla superficie della Luna, in caso di disfatta, recitava enfaticamente: «Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, rimarranno sulla Luna per riposare in pace. Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio. Ogni uomo che guarderà la Luna nella notte, saprà che c’è da qualche parte un piccolo angolo che sarà per sempre l’umanità».

Ma la luna è pur sempre la luna, anche se ora sappiamo con assoluta certezza che il nostro luminoso satellite altro non è se non una piccola scheggia della materia secca avanzata dal boato della creazione. Una pietra arida e polverosa, senza atmosfera, destinata a girare senza altro scopo intorno alla terra.

Il grande lume acceso nel cielo notturno che volge sempre la stessa faccia al sole e sempre la stessa faccia a noi, custodisce lo specchio più intimo e inviolato del nostro animo. La luna fa parte di questo mistero, da epoche interminabili.

È l’amore, la follia, il mito, l’eros, è la divinità indeterminata e primordiale a cui ci rivolgiamo fidenti e timorosi, ogni volta che uno stato di stupore e di turbamento naturale ci rende più vicini al mistero della vita al suo sorgere. «La luna è santa». Strappare del tutto la luna dal cielo non è un vanto nemmeno per noi, che tra telefonini, computer e virtualità imperanti viviamo immersi nell’era delle “cosmo-tecnologie”. Che rimanga un po’ di sconosciutezza, il mistero siderale di una zona oscura e distante. Anche se oramai non c’è più un’altra luna che non sia quella che abbiamo nel cielo. Il cielo solcato dagli aerei e dai satelliti, mappata da Google. La stessa luna che gli astronauti toccarono in quella notte di luglio del 1969. E su cui forse ritorneranno, o sbarcheranno, forse, davvero per la prima volta.

Chissà perché ogni volta che mi allontano da casa e affronto viaggi lunghi in luoghi distanti, e pure se guido in macchina in posti sconosciuti, di notte, col maltempo o con la luna piena, mi ritorna in mente quella sensazione di sfida all’ignoto e di commiato definitivo da ogni cosa terrestre, accompagnata sempre da quel giro di epitaffi eroici da missione fatale ai limiti dello spazio esplorato dal genere umano. Come se ogni volta per me, dopo quella notte del 20 luglio 1969, quando non avevo ancora dieci anni, sentissi di dover partire per lasciare il mondo, per andare a esplorare l’ultimo lembo di spazio siderale, vuoto finale ai margini del sistema solare.

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