Articolo di Emanuela Bambara, pubblicato su "La Gazzetta del Sud" del 12 agosto scorso
La storia ha i suoi vincitori, ma essi non sono tali per sempre di diritto.
Accade che coloro che furono i vinti prendano il posto dei vincitori, attraverso una naturale dialettica, o che provino piuttosto a cambiare, in un modo o nell'altro, la narrazione dei fatti e il finale degli eventi.
È quanto sembra stia avvenendo con le recenti polemiche da parte di alcuni esponenti della Lega intorno al tricolore nazionale, con la rivendicazione di una valorizzazione legislativa e burocratica delle tradizioni regionali a partire dal riconoscimento delle bandiere regionali.
Nonostante l'apparente legittimità culturale, tale pretesa attenta alla radice e all'essenza del concetto e dei principi della nazione e dello Stato italiano, com'è nato e si è costituito: unitario, nazionale repubblicano costituzionale democratico. Così lo concepì Mazzini, nella missione che guidò il Risorgimento e il cammino di liberazione politica degli italiani, così lo intesero i padri costituenti, che posero nella Carta costituzionale i fondamenti etici e giuridici per la vita e l'organizzazione della Repubblica italiana.
Le posizioni leghiste sono il sintomo di un lombardismo montante, erede, più o meno legittimo, di teorie dello Stato rimaste sconfitte nella dialettica storica, ma tutt'altro che rassegnate.
All'alba dell'unificazione italiana, quando l'Italia non era ancora, nella sua espressione politica, «una d'arme, di lingua, d'altar/di memorie, di sangue e di cuore», come scriveva il Manzoni, si trovarono contrapposte tra loro due proposte: quella unitaria, fondata sull'idea di «un popolo e una nazione», del genovese Giuseppe Mazzini, e quella federalista del milanese Carlo Cattaneo, di una confederazione di libere repubbliche cittadine autonome, sul modello della confederazione italica del 90 a.C. o dei moderni cantoni svizzeri.
Nel 1848, Cattaneo intitolò il suo giornale “Il Cisalpino”, nell'ambito di un progetto e di un impegno politico tutti orientati al Nord dello Stivale, secondo una cultura liberale individualista e non democratica, qual era invece quella di Mazzini e che è il fondamento della Repubblica italiana.
Per lo storico Alessandro Luzio, dietro il confronto tra le due diverse concezioni di Stato vi fu lo scontro tra la Massoneria internazionale, anticattolica e anticlericale, che aveva in Cattaneo il proprio scudiero, e la Carboneria, patriottica e cattolica, di cui fu a capo Mazzini, che il critico Giovanni Gentile definì, con Vincenzo Gioberti, «profeta del Risorgimento» e «guida spirituale della nostra esistenza nazionale».
Nella realtà storica, il progetto mazziniano ebbe la meglio, e fu il progenitore dell'Italia in cui viviamo e crediamo. Il perdente Cattaneo, paladino di un federalismo considerato quale «unica possibil teorica della libertà», si rifiutò di entrare in Parlamento e riconoscere legittimità all'ordinamento nazionale vincitore.
I rappresentanti della Lega, che di Cattaneo si dicono figli e fratelli di pensiero, cercano di cambiare la storia ricorrendo a una diversa strategia politica. Utilizzano, infatti, il loro ruolo istituzionale per realizzare un vero e proprio attentato, dall'interno, e innanzitutto culturale, ai principi fondanti della Repubblica italiana, a cominciare dal più originario e fondamentale, dell'unità e indivisibilità, di cui il Capo dello Stato è eletto rappresentante e custode.
All'articolo 12, tra i principî fondamentali della Costituzione, si cita espressamente il tricolore: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Il rifiuto della bandiera nazionale, che si cela nella richiesta, apparentemente innocua e, anzi, legittima, di un riconoscimento ufficiale delle bandiere regionali, in nome della valorizzazione della cultura e della storia locale, non è che uno, e non poco grave, dei tanti atti in cui si traduce la determinazione del vinto federalismo lombardo – o meglio, di un novello federalismo lumbard, che del vecchio federalismo si fa interprete ed esecutore – a espropriare e usurpare la coppa del vincitore al progetto mazziniano, per destituire il popolo italiano e proclamare il popolo padano di uno Stato padano, mai esistito nella storia che si vuol cambiare, imponendo sul podio dei vincitori, indegnamente e con un atto di forza, il defunto Cattaneo, sconfitto.
Nel far questo, però, la Lega tradisce perfino il pensiero e gl'intenti di colui che dichiara essere il proprio mandante di pensiero. Infatti proprio il lombardo Cattaneo scriveva con orgoglio, nel 1859, che il tricolore «fu dato alla Cisalpina e fu simbolo di rivoluzione».
«Il nostro esercito non lo ha abbandonato e, persino dopo la conquista di Parigi e la caduta di Napoleone, sventolava alla testa dei nostri poveri battaglioni incalzati da Lord Bentick», spiegava.
E così, «da logora bandiera d'esercito divenne nuova bandiera di nazione, palladio perpetuo di fraternità pensante e militante».
I leghisti imparino che per cambiare la storia bisogna prima ben conoscerla, per non rischiare di combattere per cause sbagliate nel nome sbagliato e con vessilli inesistenti.
il campo
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