La lezione di Melfi

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Per capire Melfi oggi bisogna fare un passo indietro
di Domenico Cersosimo 
 
Bisogna uscire dalla congiuntura di questi giorni e riandare ad un oltre un decennio fa allorché lo stabilimento automobilistico venne concepito e disegnato dal management Fiat.

Un nucleo avvertito del top management Fiat dell’epoca (Annibaldi e Magnabosco innanzitutto, sostenuti da Romiti) convinse la proprietà a prendere sul serio la lezione giapponese e ad avviare dunque un nuovo stabilimento nel quale implementare tecniche e organizzazione ispirate alla cosiddetta “produzione snella”. Quest’ultima, a differenza della fordista “produzione di massa”, è basata su stabilimenti molto più piccoli, perché focalizzati soltanto sul core della produzione (l’assemblaggio), su un tendenziale azzeramento delle scorte e dei relativi costi di magazzino, su una struttura dell’organizzazione del lavoro più piatta e su una maggiore collaborazione di operai e tecnici sia sul “fare” che sul “pensare” auto e processi di lavorazione. I due caposaldi insomma del nuovo paradigma postfordista sono da un lato fabbriche più snelle e allo stesso tempo organicamente interconnesse con un pool di fornitori di componenti che alimentano “nel tempo e nella quantità giusta” la catena di produzione della fabbrica-madre; dall’altro, un ampio bacino di manodopera “fresca”, “vergine”, disponibile a farsi contaminare dalla nuova filosofia produttiva. Per questi motivi, la lean production, in Italia e nel resto del mondo, cerca “prativerdi”, ambienti socio-istituzionali senza accumuli pregressi di esperienze industriali e di relazioni sindacali.

Melfi è dunque un luogo ideale. Perché è baricentrico rispetto al resto della capacità produttiva Fiat decentrata nel Mezzogioro continentale e quindi in grado di ottimizzare il gioco cooperativo tra gli stabilimenti connaturato al nuovo modello produttivo. Perché consente di ottenere generosissimi contributi finanziari pubblici. Perché consente di accordarsi con una classe dirigente politica locale relativamente coesa ed affidabile. Ma soprattutto perché offre un’ampia disponibilità di forza lavoro giovane, scolarizzata, disoccupata, priva di qualsiasi socializzazione produttiva e dispersa in un tessuto urbano sfrangiato, rurale.

Cosicché nei primi anni Novanta la Fiat costruisce a Melfi una fabbrica molto bella. Una fabbrica-modello. Il luogo intenzionale dove sperimentare e implementare il nuovo modo di produrre le auto. Le architetture materiali sono ricercate, così come i colori e le luci. Le penosità del lavoro fisico compresse al massimo: le presse sono incapsulate in modo da eliminare rumori e vibrazioni; la saldatura e la verniciatura completamente robotizzate; grande attenzione all’ergonomia per eliminare postazioni e attività fisiche particolarmente usuranti. E poi tutti, capi ed operai, con lo stesso giubbino amaranto; la mensa a fine turno in abiti “civili”; le postazioni lavorative dei colletti bianchi allocate lungo le linee produttive. Una rivoluzione. Una rivoluzione costosa, ma necessaria per la Fiat per ottenere consenso e collaborazione, fedeltà e identificazione da parte degli operai. Nonostante i bassi salari, alla partenza il consenso è altissimo. I lavoratori in quanto dipendenti della Sata (Società automobilistica tecnologie avanzate) non godono dei regimi salariali e contrattuali della Fiat. Il pratoverde consente infatti di pagare molto meno un operaio di Melfi rispetto ad un operaio di pari qualifica di Mirafiori. Il consenso è alto anche se gli operai sono coinvolti in anomale turnazioni: 6 giorni per due settimane e 3 giorni la terza settimana, a cui segue un riposo di 4 giorni. Perdipiù, la riduzione del tempo di mercato delle auto implica un ammortamento accelerato dei grandi investimenti immobilizzati negli stabilimenti e dunque turni notturni per uomini e donne, spesso per due settimane di seguito. Il consenso è alto perché fuori la fabbrica domina la disoccupazione e la penuria assoluta di occasioni per conseguire un reddito dignitoso, formale, istituzionale. La Fiat è l’occasione insperata per darsi un’identità, per emanciparsi, per sentirsi attivi, per entrare in una comunità produttiva. Chi proprio non ce la fa a reggere i ritmi abbandona, torna a sperare nel pubblico impiego oppure emigra. Gli altri restano, ob torto collo. Il consenso è alto per il deficit di memoria dei lavoratori (senza esperienze e culture conflittuali), ma anche per un loro eccesso di memoria sulle crude storie di emigrazione a Torino (o in Germania o Svizzera) dei loro padri, zii, cugini.

L’avvio è dunque in discesa. Melfi è una bella fabbrica. I giovani operai sono intelligenti e capaci di conseguire livelli di produttività da record in Europa. Il sofisticato congegno del sistema just in time, dopo un avvio problematico, consegue risultati apprezzabili. Non solo i fornitori a “bocca di stabilimento” irrorano di componenti preassemblati le linee della Sata, ma alimentano sempre più gli altri stabilimenti Fiat del Sud e finanche Mirafiori. Ciò consente al gruppo torinese evidenti economie di informazioni, contrattuali, di coordinamento, di specializzazione. Tutto sembra andare per il verso giusto. Anche quando negli anni a cavallo tra i due secoli le cose si mettono male per la Fiat, Melfi sembra al riparo. Eppure le ragioni della crisi erano insiti al modello. Il pratoverde non è eterno. Se non adeguatamente curati e mantenuti anche prati verdissimi sono condannati ad appassire, ad indurirsi con passare del tempo. I giovani operai imparano, apprendono, diventano via via più esperti. Finiscono anche per avere più fiducia in se stessi, verso gli altri, nella classe. Diventano più esigenti e, soprattutto meno esposti al “ricatto” delle condizioni di arretratezza del contesto. Cominciano ad esercitarsi più nel gioco della comparazione sincronica piuttosto che in quella diacronica. A considerare meno da dove sono partiti e più lo status dei loro colleghi di altri stabilimenti. A riflettere che sebbene conseguino livelli di produttività ben più alti che altrove la loro busta paga è più leggera di chi produce molto meno. A ragionare sul fatto che il loro lavoro notturno è meno apprezzato di quello di altri. Insomma, il tempo gioca a loro favore. Il management Fiat non sembra tuttavia accorgersene o comunque dargli grande peso. Forse perché sottovaluta l’importanza della questione salariale e delle progressioni di carriera. Forse perché convinta che le radici del consenso siano affondati in ingredienti extrasalariali: la bella fabbrica, il nuovo senso del lavoro, la comunità aziendale. Altrimenti non si spiega come non abbia preventivato ab origine l’inevitabile erosione della risorsa-pratoverde.

E’ questa la lezione di Melfi. L’incapacità del management aziendale di incorporare nel modello della fabbrica integrata un importante esito atteso: il progressivo depauperamento del patrimonio di consenso legato al greenfield. Con una aggravante. Se nel passato ogni stabilimento era una storia a sé, nel nuovo paradigma produttivo le fabbriche sono funzionalmente integrate. Si scambiano lavorazioni, fanno riferimento a medesimi fornitori, sono allineati in medesimi piani di produzione. La crisi di un punto produttivo trascina con sé il resto della filiera di produzione. E’ la debolezza del just in time. Da qui l’aggravante. Trascurare che i giovani operai hanno l’intelligenza di capire nel tempo la loro straordinaria forza contrattuale.

Domenico Cersosimo
per “il Quotidiano della Calabria” 

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