Dopo il lockdown – Post confinamento: donne e coesione (G. Tulino)

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Di Giuliana Tulino

Sarà attendibile la nuova tesi degli immunologi che hanno ipotizzato “uno scudo genetico” che avrebbe protetto l’Italia del Sud dalla pandemia di Sars-CoV-2 che invece ha travolto, purtroppo, le Regioni del Nord?

Per adesso è solo un’ipotesi, ancora da validare, ma pare fondata su solide basi, secondo un articolo pubblicato su Frontiers Immunology:“Covid-19 e alta mortalità in Italia: non dimentichiamo la suscettibilità genetica”, firmato da scienziati e ricercatori italiani.

Si ipotizza possa esistere una forma di difesa stampata nel DNA, nel codice della vita, una sorta di “assetto genetico protettivo”, più diffuso al Sud che al Nord.

Mi piace accostare questa valida ipotesi scientifica anche ad una metafora della vita.

Da sempre il Sud Italia, ed in particolare la funzione delle donne, ha giocato un ruolo in tal senso, con una soglia di “resilienza” da Guinnes dei primati.

Intanto è bene ricordare che il Coronavirus è stato isolato da tre donne del Sud, tra le quali anche una giovane ricercatrice senza un contratto a tempo indeterminato[1].

Ma parlando di resilienza è chiaro l’appello lanciato da Save the Children[2] con un rapporto sulle difficoltà di essere madri in Italia, ancora più acuite dall’emergenza del Coronavirus. Da un’analisi condotta su oltre mille madri si delinea un quadro allarmante, con il carico di cura nelle famiglie più a rischio povertà, dove tutto ricade sulle spalle delle donne, senza il supporto degli uomini.

Secondo il Rapporto, la condizione delle madri in Italia non riesce a superare alcuni gap, come quello molto gravoso del carico di cura, che costringe molte di loro ad una scelta netta tra attività lavorativa e vita familiare. Una situazione già critica che è ulteriormente peggiorata con l’emergenza Covid-19, specie per i 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo (con meno di 15 anni), circa il 30% delle occupate totali (9 mln 872 mila)”.

donne e coesione

Dunque il tema della coesione economica e sociale, in tempi di pandemia, si ripresenta con forza, in maniera dirompente.

Viviamo in un momento di grande trasformazione, del mondo, dell’economia, della finanza, una nuova realtà che si presenta per la prima volta, di incognita e, probabilmente, le bussole del passato non saranno più sufficienti per il futuro.

L’Italia, l’Europa, il mondo intero si trovano di fronte ad una sfida senza precedenti, probabilmente  la più grave dalla fine della seconda guerra mondiale, con paradigmi completamente rovesciati.

Per il prossimo futuro aumenterà la richiesta di welfare e di protezione sociale ma con meno crescita e più debiti.

Dunque ci troviamo di fronte ad un “territorio inesplorato” ed è del tutto evidente che  la fase di “ripartenza” post emergenza Coronavirus dovrà prevedere importanti investimenti pubblici che dovranno essere multi settoriali e granulari rispetto ai territori, per evitare di alimentare asimmetrie distributive e finire per incrementare i divari socio-economici già esistenti.

In questa ottica, la politica di coesione appare come lo strumento più idoneo per raggiungere in profondità regioni e città, su molteplici aree, mantenendo un alto livello di accountability e di efficacia.

Cosa suggerire alle Istituzioni per massimizzare le risorse? I territori hanno certamente la necessità di ricominciare ad investire speditamente, non solo con le risorse nazionali ma anche con le risorse dell’UE, per una ripresa sostenibile.

Il fattore tempo è infatti determinante per poter limitare la crisi economica che, come è facile prevedere, sarà ancora più dura nelle aree già deboli del Paese, dell’Unione.

Se il tempo è determinante è anche importante ragionare fuori dagli schemi. Uno di questi schemi è il ciclo di programmazione della politica di coesione: una delle possibili soluzioni potrebbe essere rappresentata dal prolungamento dei Programmi già finanziati dai fondi SIE (Strutturali e di Investimento Europei) 2014-2020, per la fase successiva al Coronavirus, in tutta l’Unione Europea.

E ciò in aggiunta alle disposizioni emergenziali della Commissione Europea, degli Stati Membri  e della Banca Centrale Europea che già stanno iniettando liquidità, con il rischio, tuttavia, che tali risorse raggiungano in maniera asimmetrica i territori.

Senza dimenticare, dunque, che le conseguenze dell’epidemia hanno aggravato le disuguaglianze tra uomini e donne, tra Nord e Sud, sia sul piano economico che sociale e ciò è accaduto anche in quei Paesi occidentali, come l’Italia, in cui si lavora costantemente su tali temi.

E’ il caso di ricordare che l’attuale Programmazione comunitaria 2014-2020 ha attribuito una grande importanza alla promozione della parità tra uomini e donne e all’integrazione della prospettiva di genere, nell’ambito dell’attuazione della Politica di Coesione.

Occorre, dunque, un nuovo modello sociale: le questioni produttive, economiche, sociali, ambientali sono parti connesse di un’unica dimensione complessa e multidimensionale del vivere comunitario.[3]

L’emergenza sanitaria ed economica chiede interventi mirati per redimere le conflittualità sociali e per una serena ripartenza, dopo il lungo confinamento.[4]

I costi di transizione e di apprendimento saranno inevitabili cambiando anche le regole del gioco.

Allora sarà forse necessario un ritorno delle élite per gestire la stagnazione. Nel breve periodo nessuno convincerà gli italiani che le élite possano avere interessi convergenti con quelli degli aggregati sociali che rappresentano. Né che affidarsi alle scelte all’establishment possa essere un cosa buona e utile. Ma forse prima o poi si renderanno conto che delle élite non si può fare a meno.

Non si potrà aggirare il problema di disporre di una “classe dirigente” in grado di tenere insieme una collettività individuando gli sforzi comuni da compiere e la direzione verso cui muoversi.[5]

E’ bello, in ogni caso, pensare che possa essere un nuovo inizio e non un accidente, un tempo permeato da nuovi paradigmi, nuovi ascolti.

 

[1] Il Fatto Quotidiano del 2 febbraio 2020.
[2] Rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020”.
[3] Cfr.: Donne per un nuovo rinascimento 2020 – Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità.
[4] Al posto di lockdown, così come consiglia l’Accademia della Crusca. L’italiano non è una lingua da confinare. Intervista a Claudio Marazzini – Presidente dell’Accademia della Crusca.
[5] CENSIS – 53° Rapporto sulla Situazione sociale del Paese 2019.

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