Le conseguenze di una errata percezione dell’Europa (G. Moschetta)

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Di Giovanni Moschetta

L’Unione Europea è una risorsa formidabile per i suoi cittadini e la dolorosa esperienza della pandemia rende oggi ancora più forti le ragioni, non solo economiche, dello stare insieme”. Vincenzo Visco, Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia, 20 maggio 2020.  

Quando lavoriamo, parliamo e scriviamo sull’Europa, o meglio, come si dovrebbe, dell’Unione Europea, nella Pubblica Amministrazione, a livello politico e dei media soprattutto, la percezione che si ha è quella di una Entità astratta e terza rispetto a noi, cittadini, professionisti, a noi imprese e tessuto economico e sociale italiano. È questa una percezione propria anche di alcuni alti livelli burocratici, il che davvero comporta conseguenze molto negative sul nostro rapporto con le Istituzioni europee.

Da dove proviene questo modo sbagliato e svagato (soprattutto da parte, paradossalmente, dei c.d. europeisti…) di porsi dei confronti dell’Unione Europea? Dalla poca conoscenza dei meccanismi che la regolano ovvero, in alcuni casi, dalla difficoltà di “decodificarli” per porli nei migliori dei modi alla pubblica opinione.

Nel corso di questa crisi pandemica e delle sue ripercussioni sull’economia globale, l’UE sta subendo una diminuzione del PIL senza precedenti e le attività economiche degli Stati membri devono avere un sostegno dal “sistema europeo”. Questo sostegno, importante per l’Italia forse in misure maggiore rispetto a tutti gli altri Paesi europei (a causa della sua importante economia, della precedente negativa situazione determinata, soprattutto, dal debito pubblico ingente), appare ai nostri concittadini, perché “diffuso e spiegato” in modo sbagliato, come una elargizione dell’Europa, una sorta dei beneficenza che, essendo in parte un prestito, dovrà poi essere restituito e condizionato a controlli severi e in qualche caso per noi vessatori e deleteri.

L’Italia, che beneficerà certamente del “Recovery Fund” e forse del famoso e famigerato (per molti politici ed anche alcuni componenti dell’attuale Governo) “MES”, è un attore importante di questi due strumenti, come di tutti gli strumenti e le iniziative economiche e legislative che partono dall’Unione Europea. L’Italia è Unione Europea, è uno dei tre contributori principali di questa Organizzazione sovranazionale, ne è membro fondatore. L’Europa non ci elargisce, non ci regala, non ci “presta”: questi aiuti sono il risultato di un concerto e di un meccanismo giuridico-legislativo preciso che ci vede protagonisti.

Nulla ci è dovuto e nulla ci è imposto e tantomeno nulla ci può essere negato da gruppi di Stati perlopiù “minori”, come quelli del Nord Europa, non per caso definiti “frugali” (Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Austria, Paesi di scarsa consistenza economica e quindi abituati a farsi, meritoriamente si deve dire, i conti in tasca).  Però a noi sembra che li subiamo. In realtà, il dissenso sostenuto dai Governi di questi Stati e dalla loro pubblica opinione per prestiti a fondo perduto, dissenso legittimo, deve essere contrastato con argomentazioni convincenti. L’Italia ha queste argomentazioni, che rilevano la politica economica complessiva dell’Unione, la coesione sociale, la “tenuta” del Mercato Unico, pilastro fondamentale dell’UE: deve solo imparare a metterle “sul piatto” in modo corretto, convincente, autorevole.

Ma per cambiare atteggiamento nei confronti dell’Unione e dei nostri Partner, si deve considerare, come ha sottolineato autorevolmente ieri il Governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco nelle sue annuali “Considerazioni Finali”, che i contributi dell’UE non possono e non devono essere acquisiti come un regalo e continuare così con i vecchi metodi: contributi e fondi (nuovi, strutturali, diretti e indiretti) devono ora necessariamente essere posti alla base di una svolta anche culturale del nostro Paese e della nostra Pubblica Amministrazione centrale e locale.

Proprio nel senso indicato dal Governatore dobbiamo “combattere” la seconda, errata percezione dell’Unione che abbiamo purtroppo consolidato nel corso degli ultimi decenni: la “vulgata” che noi dovremmo avere molto più di quello che abbiamo ottenuto fin’ora e che le normative europee le subiamo.  Ma chi decide ciò che ci spetta? Siamo noi, in concerto con gli altri 26 Stati membri, e noi tra questi siamo tra i tre Stati più importanti, con il maggior peso economico, politico, sociale, e la normativa europea, le famose direttive, non ci vengono imposte in alcun modo, ma noi siamo tra i negoziatori più rilevanti al tavolo brussellese e nulla esce dai negoziati europei senza l’assenso dell’Italia.

Se qualche direttiva viene emanata in aperto contrasto con le posizioni espresse dal nostro Paese, si può sempre ricorrere alla Corte di Giustizia, chiedere una revisione, addirittura rifiutarsi di adottarle, accettandone però le conseguenze. E già, le conseguenze che (come il regista cinematografico Paolo Sorrentino ci ha insegnato in un suo film-capolavoro) possono essere dolorose: le conseguenze del nostro superficiale europeismo ci hanno portato ad un rapporto con l’Unione Europea, con gli altri Stati membri piuttosto che con la Commissione, sempre più conflittuale, oltre a conseguenze negative sul piano politico interno che hanno determinato una maggioranza di elettori oramai molto critica nei confronti dell’UE e la conseguente ascesa dei partiti c.d. sovranisti.

Come porre rimedio a questa situazione? Fare i compiti a casa, mettere ordine nei propri cassetti, saper disporre al meglio delle posate a tavola con gli altri 26 commensali. Insomma, dobbiamo ricominciare a studiare e diffondere meglio ai cittadini italiani e soprattutto ai giovani ciò che abbiamo studiato. L’Unione non è un nemico, perché saremmo noi il nemico di noi stessi. L’Unione Europea è migliorabile, certo, ma lo si deve saper fare e non solo “proclamare”, con gli strumenti adeguati già stabiliti nei Trattati. L’Unione che si dedica a zucchine e banane è la litania ignorante di chi approfitta dell’ignoranza altrui e la litania contraria all’Europa fa molto più colpo di quella a favore, perché ciò che abbiamo costruito positivamente nel Gran Concerto dell’UE non lo sappiamo spiegare e divulgare.

È vero invece ciò che si dice sulla rappresentatività dell’Italia a Bruxelles, che è di bassissimo livello. A cominciare dai numeri: la nostra pur valorosa e competente RAPPRESENTANZA PERMANENTE è inadeguata, per quanto riguarda il personale, nei confronti di quelle di Germani, Francia e anche di Spagna. La nostra presenza sui tavoli dei negoziati spesso latita o è sottodimensionata, ovvero mal preparata. Non sempre, ma spesso.

Ci sarebbe bisogno di molto spazio per affrontare questi singoli argomenti in modo approfondito. Sarà questo l’oggetto di altri scritti nel nuovo sito del “Il Campo”, che ringrazio per l’ospitalità.

 

 

 

 

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