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ESSERE CLASSE DIRIGENTE. Nuove idee per tornare a vivere (S. Marino)

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Di Silvia Marino

Giorni  sospesi e inquieti  costringono ancor di più ad una riflessione che superi le vicende personali e si concentri, piuttosto, sulle  condizioni “sociali e civili” della comunità di cui si è parte.

La pandemia ha messo a nudo le fragilità del sistema nazionale, nelle sue articolazioni centrali e periferiche e ha aggiornato l’immagine di “due Italie” diverse.

Chi vive in Calabria ed è consapevole delle strutturali criticità sanitarie, sociali, imprenditoriali e culturali, si è potuto concedere qualche preoccupazione in più, perché non si intravedono le sinergie, le capacità progettuali, la visione strategica da mettere in campo nell’unico interesse dei territori.

E’ questo il momento di riscattare il nostro regionalismo asfittico, pietoso e inconcludente mettendo in campo le migliori competenze ed energie per risollevare le sorti di questa terra.

Va raccolto subito quindi l’appello espresso il 2 giugno dal Presidente della Repubblica affinché tutti i territori siano protagonisti di una prospettiva nazionale di rinascita e di sviluppo.

Una rinascita collettiva, accompagnata dall’Ente Regione, che coinvolga dai piccoli borghi fino alle grandi città, le parti sociali, l’impresa, il volontariato. Mettendo in rete quelle forze che consentano di superare l’inerzia progettuale – acuita anche dalla crisi di rappresentatività dei partiti politici – che colpevolmente ha bloccato la nostra società.

La pandemia, come ogni momento di crisi improvvisa, ha fatto emergere l’inderogabile necessità di una classe dirigente, pubblica e privata, culturalmente preparata, competente, generosa. Dedita all’esclusivo interesse della comunità nella quale vive ed opera.

Essere classe dirigente vuol dire avere visione strategica, competenza, capacità di assumersi delle responsabilità e offrire soluzioni. L’irrilevanza di un territorio è sempre il frutto di  una classe dirigente inadeguata che, in forza del proprio ruolo, determina ogni aspetto della vita sociale.

La vera ricchezza di un Paese è rappresentata dal  “capitale umano” che – sia nelle organizzazioni pubbliche che  private – deve essere formato e selezionato secondo il criterio del merito e delle competenze. Penso a una nuova e dinamica classe dirigente che sappia utilizzare adesso le risorse economiche che dalla Ue e dal Governo centrale saranno messi a disposizione dei territori per dare sostegno alle politiche economiche, sociali ed ai servizi che dovranno tutelare le persone più fragili. Tutelarle innanzi tutto dalle insidie della mafia, degli strozzini, dei corrotti.

La crisi economica generata dalla pandemia, ha aggravato quelle situazioni di povertà e disagio, a cui sarà necessario offrire risposte immediate e strutturate nel tempo, attivando un sistema di welfare efficiente per quanti sono esclusi dall’accesso ai servizi fondamentali, anche a causa dei ritardi nell’attuazione della riforma dei servizi sociali disciplinata con Legge nazionale n.328/2000 e ripresa dalla Legge Regionale n. 23 del 2003.

La speranza è che il nostro territorio, purtroppo privo di un tessuto produttivo industriale sappia almeno rafforzare, attraverso le politiche sociali, quel settore dei “servizi alla persona” ora mai di vitale importanza per ampie fasce di calabresi.

Avendo ben presente che la crescita dei servizi socio-assistenziali, se da una parte garantisce migliori condizioni di vita, può dall’altra parte offrire significative opportunità di lavoro.

Trasparenza ed efficienza devono connotare quindi l’utilizzo dei fondi che l’Europa offre per adeguare i servizi sanitari e per contrastare povertà e disoccupazione.

È il momento di pensare adesso ad un organico Piano per lo Sviluppo della Calabria che sappia coniugare investimenti (infrastrutture, salute, scuola, etc…) e spesa corrente, capace di attivare politiche di sostegno al reddito e di contrasto alla povertà, recuperando il lungo ritardo della riforma del welfare e riscattando cinquanta anni di regionalismo mediocre.

Alla politica il compito di effettuare scelte responsabili e virtuose.

Ai cittadini il compito di incalzare la politica per qualificare nuove classi dirigenti.

Occorrerà mettere in campo impegno e tenacia, ma ne sarà valsa davvero la pena.

Riapre l’Italia, riapre il nostro sito: fuori dal “GUSCIO” e di nuovo in “CAMPO”! (G. Soriero)

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Il presidente Soriero presenta il nuovo sito dell’Associazione “IL CAMPO Idee per il Futuro”

Oggi 2 giugno 2020, Festa della Repubblica, abbiamo deciso di esporre la nuova veste grafica del nostro sito.

In attesa di incontrarci fisicamente, abbiamo pensato di utilizzare alcune giornate del lockdown per aggiornare sia la grafica sia i contenuti  del sito. Alcuni testi sono già visibili sulla home, nel confronto su Valori e umori: dopo il lockdown, in Italia e nel Mezzogiorno.

Oggi è la data-simbolo dell’Italia che, dopo la guerra, ha saputo costruire lo Stato nell’afflato unitario tra persone  (donne e uomini) e territori (Nord e Sud). Con la forza derivante da questa legittimazione di massa, il Paese seppe misurarsi da protagonista tra i fondatori della Comunità europea esprimendo assieme visione strategica, autorevolezza e competenza delle classi dirigenti.

Oggi il Presidente della Repubblica ha rilanciato nel suo autorevole messaggio  la parola chiave “coesione” come elemento strutturale per superare la solitudine degli individui e dei territori. Proprio la coesione, stella polare del CAMPO sin dalla sua fondazione (dicembre 2003) perché evocata nel messaggio culturale di Romano Prodi “L’Europa il sogno e le scelte”.

Nel mio libroSud vent’anni di solitudine ho ricordato come la gravissima crisi del biennio  2008-09 abbia messo a nudo tutta l’incapacità delle classi dirigenti europee di far corrispondere a quel sogno scelte conseguenti e unitarie. Incoerenze ed errori avevano suscitato prima diffidenza  e poi ostilità verso le politiche europee; in Italia avevano addirittura determinato la frattura micidiale tra  Nord e Sud (descritta da pregevoli ricerche della SVIMEZ ), alimentata da malcelati rancori antropologici che finiscono con l’enfatizzare  il regionalismo differenziato come ricetta salvifica per l’acquisizione delle risorse.

La pandemia ha stracciato quegli schemi superficiali e ha fatto giustizia delle facili sbornie di un capitalismo degenerato. Adesso ruolo dello Stato, sanità pubblica, tutela dell’ambiente e protezione civile, diritto all’istruzione, valore della ricerca e dell’alta formazione sono diventati di necessità riferimenti fondativi di una nuova coscienza di massa.

E le competenze, prima mortificate, sono state finalmente riconosciute come interlocuzioni primarie indispensabili sia dalla politica che da tutti i media. Riusciremo a resistere a nuove insidiose sirene che nel nome dello sviluppo pretendano di riprendere tutto alla vecchia maniera? Domani 3 giugno le Regioni riaprono le “frontiere”, ma è ancora tutta da consolidare una visione unitaria delle misure e delle garanzie tra i territori.

Non si parte certo da zero, ma dobbiamo tutti evitare che  la paura passi invano, senza lasciarsi indietro un cambiamento, come scrive Paolo Giordano (“Nel contagio”). Perciò è il caso di ricordare tenacemente con le parole di Albert Einstein che non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato.

Il Governatore della Banca d’Italia Visco, nelle Considerazioni finali del 29 maggio, autorevolmente ha esplicitato l’obiettivo prioritario dell’Istituto di emissione per superare le disuguaglianze, le povertà, la disoccupazione  di tanti giovani e donne, risorse strategiche per il futuro dell’Italia.

E’ questo il contesto del confronto sul sito del CAMPO con professionalità e passione civile:

Vincenzo Gallo tracciando le statistiche dei contagi evoca il contagio delle statistiche e cioè la lettura incrociata  tra i dati sanitari e quelli socioeconomici;

Giovanni Moschetta descrivendo le conseguenze della errata percezione dell’Europa ha indicato il percorso obbligato di una più stretta coesione, anche in senso politico-istituzionale.

Giuliana Tulino analizzando nel lockdown le differenze di genere, il carico di cura sulle donne e la richiesta di welfare e di protezione sociale, mette in luce potenzialità e insidie dello smart working.

Il “fascino indiscreto” delle nuove tecnologie ha permeato di necessità le case degli Italiani; la banda larga non è più appannaggio degli esperti, ma esperienza viva di massa con le sue potenzialità e le nuove povertà tecnologiche. I timori a uscire dal bozzolo per affrontare una società ancora ingiusta e diseguale potrebbe indurre a nuove indotte solitudini.

Ma Adriano Formoso fotografando la psicologia di una crisi  fa comprendere che si possono riaccendere proficuamente le luci della città, imparando a metabolizzare gli stati di ansia e di paura anche con l’aiuto della musica e delle tecnologie.

Seguiranno altri interventi per riflettere su come si possa contribuire a una tessitura che, proprio dal Sud, faccia emergere analisi e proposte capaci di misurarsi con nuovi scenari su cui il Governo Conte sta concentrando attenzione e ingenti risorse nazionali ed europee. Dopo le misure giuste per l’emergenza sanitaria e il contrasto alla povertà, è ora la fase di nuovi investimenti strategici. È il momento di allargare la platea delle energie imprenditoriali e territoriali coinvolte e di elevare finalmente la qualità, la coerenza etica e il prestigio delle classi dirigenti in tutti gli ambiti.

Discuteremo quindi di originali e innovativi programmi e strumenti d’investimenti finanziari pubblici e privati che sappiano far leva su alcune macro-aree, possibili calamite di sviluppo. Qui entra in campo di necessità l’utilità del Sud anche per il Nord, data la sua collocazione strategica tra Europa e Mediterraneo. Oggi più che mai sentiamo il bisogno di un’Europa forte che aiuti l’Italia a cooperare per un nuovo sogno suggestivo e concreto di pace e di sviluppo.

L’Associazione IL CAMPO  continuerà a contribuire con le proprie “Idee per il futuro”.

Giuseppe Soriero

 

Covid-19, psicologia di una crisi. Parole e musica di Adriano Formoso per riflettere e ripartire

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In questo video Adriano Formoso (cantautore, psicoterapeuta e ricercatore in neuropsicofonia) analizza, dal suo osservatorio di Milano, gli stati emotivi che hanno caratterizzato la fase del lockdown e le incertezze dell’oggi, accompagnate da nuove paure.

Come sempre, è la musica ad aiutarci a vivere.

 

 

 

Le conseguenze di una errata percezione dell’Europa (G. Moschetta)

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Di Giovanni Moschetta

L’Unione Europea è una risorsa formidabile per i suoi cittadini e la dolorosa esperienza della pandemia rende oggi ancora più forti le ragioni, non solo economiche, dello stare insieme”. Vincenzo Visco, Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia, 20 maggio 2020.  

Quando lavoriamo, parliamo e scriviamo sull’Europa, o meglio, come si dovrebbe, dell’Unione Europea, nella Pubblica Amministrazione, a livello politico e dei media soprattutto, la percezione che si ha è quella di una Entità astratta e terza rispetto a noi, cittadini, professionisti, a noi imprese e tessuto economico e sociale italiano. È questa una percezione propria anche di alcuni alti livelli burocratici, il che davvero comporta conseguenze molto negative sul nostro rapporto con le Istituzioni europee.

Da dove proviene questo modo sbagliato e svagato (soprattutto da parte, paradossalmente, dei c.d. europeisti…) di porsi dei confronti dell’Unione Europea? Dalla poca conoscenza dei meccanismi che la regolano ovvero, in alcuni casi, dalla difficoltà di “decodificarli” per porli nei migliori dei modi alla pubblica opinione.

Nel corso di questa crisi pandemica e delle sue ripercussioni sull’economia globale, l’UE sta subendo una diminuzione del PIL senza precedenti e le attività economiche degli Stati membri devono avere un sostegno dal “sistema europeo”. Questo sostegno, importante per l’Italia forse in misure maggiore rispetto a tutti gli altri Paesi europei (a causa della sua importante economia, della precedente negativa situazione determinata, soprattutto, dal debito pubblico ingente), appare ai nostri concittadini, perché “diffuso e spiegato” in modo sbagliato, come una elargizione dell’Europa, una sorta dei beneficenza che, essendo in parte un prestito, dovrà poi essere restituito e condizionato a controlli severi e in qualche caso per noi vessatori e deleteri.

L’Italia, che beneficerà certamente del “Recovery Fund” e forse del famoso e famigerato (per molti politici ed anche alcuni componenti dell’attuale Governo) “MES”, è un attore importante di questi due strumenti, come di tutti gli strumenti e le iniziative economiche e legislative che partono dall’Unione Europea. L’Italia è Unione Europea, è uno dei tre contributori principali di questa Organizzazione sovranazionale, ne è membro fondatore. L’Europa non ci elargisce, non ci regala, non ci “presta”: questi aiuti sono il risultato di un concerto e di un meccanismo giuridico-legislativo preciso che ci vede protagonisti.

Nulla ci è dovuto e nulla ci è imposto e tantomeno nulla ci può essere negato da gruppi di Stati perlopiù “minori”, come quelli del Nord Europa, non per caso definiti “frugali” (Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Austria, Paesi di scarsa consistenza economica e quindi abituati a farsi, meritoriamente si deve dire, i conti in tasca).  Però a noi sembra che li subiamo. In realtà, il dissenso sostenuto dai Governi di questi Stati e dalla loro pubblica opinione per prestiti a fondo perduto, dissenso legittimo, deve essere contrastato con argomentazioni convincenti. L’Italia ha queste argomentazioni, che rilevano la politica economica complessiva dell’Unione, la coesione sociale, la “tenuta” del Mercato Unico, pilastro fondamentale dell’UE: deve solo imparare a metterle “sul piatto” in modo corretto, convincente, autorevole.

Ma per cambiare atteggiamento nei confronti dell’Unione e dei nostri Partner, si deve considerare, come ha sottolineato autorevolmente ieri il Governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco nelle sue annuali “Considerazioni Finali”, che i contributi dell’UE non possono e non devono essere acquisiti come un regalo e continuare così con i vecchi metodi: contributi e fondi (nuovi, strutturali, diretti e indiretti) devono ora necessariamente essere posti alla base di una svolta anche culturale del nostro Paese e della nostra Pubblica Amministrazione centrale e locale.

Proprio nel senso indicato dal Governatore dobbiamo “combattere” la seconda, errata percezione dell’Unione che abbiamo purtroppo consolidato nel corso degli ultimi decenni: la “vulgata” che noi dovremmo avere molto più di quello che abbiamo ottenuto fin’ora e che le normative europee le subiamo.  Ma chi decide ciò che ci spetta? Siamo noi, in concerto con gli altri 26 Stati membri, e noi tra questi siamo tra i tre Stati più importanti, con il maggior peso economico, politico, sociale, e la normativa europea, le famose direttive, non ci vengono imposte in alcun modo, ma noi siamo tra i negoziatori più rilevanti al tavolo brussellese e nulla esce dai negoziati europei senza l’assenso dell’Italia.

Se qualche direttiva viene emanata in aperto contrasto con le posizioni espresse dal nostro Paese, si può sempre ricorrere alla Corte di Giustizia, chiedere una revisione, addirittura rifiutarsi di adottarle, accettandone però le conseguenze. E già, le conseguenze che (come il regista cinematografico Paolo Sorrentino ci ha insegnato in un suo film-capolavoro) possono essere dolorose: le conseguenze del nostro superficiale europeismo ci hanno portato ad un rapporto con l’Unione Europea, con gli altri Stati membri piuttosto che con la Commissione, sempre più conflittuale, oltre a conseguenze negative sul piano politico interno che hanno determinato una maggioranza di elettori oramai molto critica nei confronti dell’UE e la conseguente ascesa dei partiti c.d. sovranisti.

Come porre rimedio a questa situazione? Fare i compiti a casa, mettere ordine nei propri cassetti, saper disporre al meglio delle posate a tavola con gli altri 26 commensali. Insomma, dobbiamo ricominciare a studiare e diffondere meglio ai cittadini italiani e soprattutto ai giovani ciò che abbiamo studiato. L’Unione non è un nemico, perché saremmo noi il nemico di noi stessi. L’Unione Europea è migliorabile, certo, ma lo si deve saper fare e non solo “proclamare”, con gli strumenti adeguati già stabiliti nei Trattati. L’Unione che si dedica a zucchine e banane è la litania ignorante di chi approfitta dell’ignoranza altrui e la litania contraria all’Europa fa molto più colpo di quella a favore, perché ciò che abbiamo costruito positivamente nel Gran Concerto dell’UE non lo sappiamo spiegare e divulgare.

È vero invece ciò che si dice sulla rappresentatività dell’Italia a Bruxelles, che è di bassissimo livello. A cominciare dai numeri: la nostra pur valorosa e competente RAPPRESENTANZA PERMANENTE è inadeguata, per quanto riguarda il personale, nei confronti di quelle di Germani, Francia e anche di Spagna. La nostra presenza sui tavoli dei negoziati spesso latita o è sottodimensionata, ovvero mal preparata. Non sempre, ma spesso.

Ci sarebbe bisogno di molto spazio per affrontare questi singoli argomenti in modo approfondito. Sarà questo l’oggetto di altri scritti nel nuovo sito del “Il Campo”, che ringrazio per l’ospitalità.

 

 

 

 

Coronavirus, il 29 maggio in Calabria “solo” 159 positivi. È il momento di pensare al rilancio (V. Gallo)

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Di Vincenzo Gallo

Per la diffusione del nuovo coronavirus l’Italia sta attraversando la più grave crisi della storia recente, sia sanitaria, con la morte di oltre 33.000 persone, e sia economica e sociale.

Nel primo trimestre del 2020, secondo stime dell’Istat, il prodotto interno lordo in Italia è diminuito del 5,3% rispetto al trimestre precedente e del 5,4% nei confronti del primo trimestre del 2019. Si registrano andamenti congiunturali negativi del valore aggiunto in tutti i principali comparti produttivi. In agricoltura, industria e servizi ci sono state diminuzioni rispettivamente dell’1,9%, dell’8,1% e del 4,4%.

Le unità di lavoro sono diminuite in totale del 5,2% per effetto di un calo generalizzato in tutti i comparti. La riduzione è stata dello 0,7% per agricoltura, silvicoltura e pesca, dell’8,5% per l’industria in senso stretto, del 10,7% per le costruzioni e del 4,4% per il comparto dei servizi. Particolarmente colpita l’intera filiera del turismo.

Secondo la Banca d’Italia si può ipotizzare uno scenario di base con un Pil a -9% nel 2020 che nel 2021 recupererebbe la metà della caduta, ma altre ipotesi più negative, anche se non estreme, con un -13% quest’anno e una ripresa molto lenta nel prossimo.

Secondo le previsioni del centro studi Confindustria l’indebitamento della Pubblica Amministrazione dall’1,6% del PIL nel 2019 potrebbe aumentare all’11,1%.

Il lockdown secondo la Svimez è costato 47 miliardi al mese, 37 al Centro Nord e 10 al Sud. Le Unità locali bloccate dai provvedimenti del Governo per il contenimento dell’epidemia sono state il 57,7% in Italia e il 60,3% in Calabria. Considerando una ripresa nella seconda parte dell’anno il PIL si ridurrebbe dell’8,5% nel Centro Nord e del 7,9% nel Mezzogiorno.

In questa situazione di estrema gravità si stanno riavviando gradualmente le attività produttive dopo settimane di confinamento.

Per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, al momento in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all’epidemia di Covid-19, come è emerso dal monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta Fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio, presentato nel Report del 29 maggio, realizzato da Cabina di regia e Istituto Superiore di Sanità. L’incidenza settimanale rimane molto eterogenea nel territorio nazionale. In alcune Regioni come la Lombardia il numero di casi è ancora elevato, denotando una situazione complessa ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato e tra queste la Calabria.

Nel Report si raccomanda pertanto cautela specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale, rafforzando a livello regionale le politiche di testing e screening, in modo da identificare il maggior numero di casi realizzando azioni di isolamento e quarantena / monitoraggio dei contatti stretti, realizzando la strategia delle tre T (testare tracciare e trattare).

Lascia ben sperare soprattutto il numero delle persone in terapia intensiva. Il valore più alto, 4068, è stato raggiunto il 3 aprile, ma da allora si sta riducendo costantemente e il 29 maggio è risultato di sole 475 unità, di cui 173 in Lombardia. Il totale dei positivi in Italia è stato pari il 19 aprile a 108.257 unità e il 29 maggio si è ridotto a 46.175 unità, di cui 22.683 in Lombardia.

La Calabria è una delle regioni che ha avuto meno contagi. Il numero delle persone positive ha raggiunto il valore massimo il 16 aprile con 847 unità e il 29 maggio è risultato pari a 159, di cui solo uno in terapia intensiva e 25 ricoverati con sintomi.

Questo può favorire l’attrazione di investimenti e flussi turistici, tenendo conto che probabilmente il 40% dei turisti italiani che trascorreva le vacanze all’estero rimarrà in Italia. Naturalmente bisognerà organizzarsi adeguatamente per convivere con grande cautela con il nuovo coronavirus e per controllare l’epidemia. Paesi come la Corea hanno dimostrato che ciò è possibile.

In Italia e in Calabria bisogna recuperare la capacità di crescere.  Nonostante l’impatto della crisi bisogna cercare di cogliere anche le opportunità che in prospettiva non mancano. Bisogna puntare sul potenziamento del sistema sanitario, sull’innovazione, sulla sostenibilità, sulla digitalizzazione, aumentando la capacità di spesa della Pubblica amministrazione, accelerando e semplificando le procedure ed aumentando la razionalità e la trasparenza degli investimenti pubblici, per valorizzare le risorse esistenti.

C’è necessità di maggiori fondi per la ripresa e per contrastare la disoccupazione e la povertà, ma bisogna pur sottolineare che sia l’amministrazione centrale e sia quella locale non riescono ad utilizzare tempestivamente i fondi disponibili.

Solo in relazione al Por sul sito della Regione Calabria sono pubblicati sul sito regionale i dati relativi allo stato dei finanziamenti del POR Calabria 2014-2020. In relazione ad una dotazione del programma di 2,37 miliardi, la spesa certificata al 24 dicembre 2019, pur raggiungendo il target previsto,  è stata di 634 milioni.

In un comunicato della Regione Calabria del gennaio 2020 sullo stato di attuazione del POR è previsto di sostenere per il 2020 una spesa di 960 milioni di euro e per il 2021 ulteriori 1313 milioni di euro.

Anche nell’ultimo dibattito in consiglio regionale è emerso che ci sono notevoli fondi non spesi per la Calabria da parte del Governo centrale e anche fondi per la sanità e per l’edilizia sanitaria bloccati da anni.

C’è necessità pertanto di censire queste risorse e di individuare strumenti straordinari per spenderli in tempi brevissimi.

Dopo il lockdown – Post confinamento: donne e coesione (G. Tulino)

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Di Giuliana Tulino

Sarà attendibile la nuova tesi degli immunologi che hanno ipotizzato “uno scudo genetico” che avrebbe protetto l’Italia del Sud dalla pandemia di Sars-CoV-2 che invece ha travolto, purtroppo, le Regioni del Nord?

Per adesso è solo un’ipotesi, ancora da validare, ma pare fondata su solide basi, secondo un articolo pubblicato su Frontiers Immunology:“Covid-19 e alta mortalità in Italia: non dimentichiamo la suscettibilità genetica”, firmato da scienziati e ricercatori italiani.

Si ipotizza possa esistere una forma di difesa stampata nel DNA, nel codice della vita, una sorta di “assetto genetico protettivo”, più diffuso al Sud che al Nord.

Mi piace accostare questa valida ipotesi scientifica anche ad una metafora della vita.

Da sempre il Sud Italia, ed in particolare la funzione delle donne, ha giocato un ruolo in tal senso, con una soglia di “resilienza” da Guinnes dei primati.

Intanto è bene ricordare che il Coronavirus è stato isolato da tre donne del Sud, tra le quali anche una giovane ricercatrice senza un contratto a tempo indeterminato[1].

Ma parlando di resilienza è chiaro l’appello lanciato da Save the Children[2] con un rapporto sulle difficoltà di essere madri in Italia, ancora più acuite dall’emergenza del Coronavirus. Da un’analisi condotta su oltre mille madri si delinea un quadro allarmante, con il carico di cura nelle famiglie più a rischio povertà, dove tutto ricade sulle spalle delle donne, senza il supporto degli uomini.

Secondo il Rapporto, la condizione delle madri in Italia non riesce a superare alcuni gap, come quello molto gravoso del carico di cura, che costringe molte di loro ad una scelta netta tra attività lavorativa e vita familiare. Una situazione già critica che è ulteriormente peggiorata con l’emergenza Covid-19, specie per i 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo (con meno di 15 anni), circa il 30% delle occupate totali (9 mln 872 mila)”.

donne e coesione

Dunque il tema della coesione economica e sociale, in tempi di pandemia, si ripresenta con forza, in maniera dirompente.

Viviamo in un momento di grande trasformazione, del mondo, dell’economia, della finanza, una nuova realtà che si presenta per la prima volta, di incognita e, probabilmente, le bussole del passato non saranno più sufficienti per il futuro.

L’Italia, l’Europa, il mondo intero si trovano di fronte ad una sfida senza precedenti, probabilmente  la più grave dalla fine della seconda guerra mondiale, con paradigmi completamente rovesciati.

Per il prossimo futuro aumenterà la richiesta di welfare e di protezione sociale ma con meno crescita e più debiti.

Dunque ci troviamo di fronte ad un “territorio inesplorato” ed è del tutto evidente che  la fase di “ripartenza” post emergenza Coronavirus dovrà prevedere importanti investimenti pubblici che dovranno essere multi settoriali e granulari rispetto ai territori, per evitare di alimentare asimmetrie distributive e finire per incrementare i divari socio-economici già esistenti.

In questa ottica, la politica di coesione appare come lo strumento più idoneo per raggiungere in profondità regioni e città, su molteplici aree, mantenendo un alto livello di accountability e di efficacia.

Cosa suggerire alle Istituzioni per massimizzare le risorse? I territori hanno certamente la necessità di ricominciare ad investire speditamente, non solo con le risorse nazionali ma anche con le risorse dell’UE, per una ripresa sostenibile.

Il fattore tempo è infatti determinante per poter limitare la crisi economica che, come è facile prevedere, sarà ancora più dura nelle aree già deboli del Paese, dell’Unione.

Se il tempo è determinante è anche importante ragionare fuori dagli schemi. Uno di questi schemi è il ciclo di programmazione della politica di coesione: una delle possibili soluzioni potrebbe essere rappresentata dal prolungamento dei Programmi già finanziati dai fondi SIE (Strutturali e di Investimento Europei) 2014-2020, per la fase successiva al Coronavirus, in tutta l’Unione Europea.

E ciò in aggiunta alle disposizioni emergenziali della Commissione Europea, degli Stati Membri  e della Banca Centrale Europea che già stanno iniettando liquidità, con il rischio, tuttavia, che tali risorse raggiungano in maniera asimmetrica i territori.

Senza dimenticare, dunque, che le conseguenze dell’epidemia hanno aggravato le disuguaglianze tra uomini e donne, tra Nord e Sud, sia sul piano economico che sociale e ciò è accaduto anche in quei Paesi occidentali, come l’Italia, in cui si lavora costantemente su tali temi.

E’ il caso di ricordare che l’attuale Programmazione comunitaria 2014-2020 ha attribuito una grande importanza alla promozione della parità tra uomini e donne e all’integrazione della prospettiva di genere, nell’ambito dell’attuazione della Politica di Coesione.

Occorre, dunque, un nuovo modello sociale: le questioni produttive, economiche, sociali, ambientali sono parti connesse di un’unica dimensione complessa e multidimensionale del vivere comunitario.[3]

L’emergenza sanitaria ed economica chiede interventi mirati per redimere le conflittualità sociali e per una serena ripartenza, dopo il lungo confinamento.[4]

I costi di transizione e di apprendimento saranno inevitabili cambiando anche le regole del gioco.

Allora sarà forse necessario un ritorno delle élite per gestire la stagnazione. Nel breve periodo nessuno convincerà gli italiani che le élite possano avere interessi convergenti con quelli degli aggregati sociali che rappresentano. Né che affidarsi alle scelte all’establishment possa essere un cosa buona e utile. Ma forse prima o poi si renderanno conto che delle élite non si può fare a meno.

Non si potrà aggirare il problema di disporre di una “classe dirigente” in grado di tenere insieme una collettività individuando gli sforzi comuni da compiere e la direzione verso cui muoversi.[5]

E’ bello, in ogni caso, pensare che possa essere un nuovo inizio e non un accidente, un tempo permeato da nuovi paradigmi, nuovi ascolti.

 

[1] Il Fatto Quotidiano del 2 febbraio 2020.
[2] Rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020”.
[3] Cfr.: Donne per un nuovo rinascimento 2020 – Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità.
[4] Al posto di lockdown, così come consiglia l’Accademia della Crusca. L’italiano non è una lingua da confinare. Intervista a Claudio Marazzini – Presidente dell’Accademia della Crusca.
[5] CENSIS – 53° Rapporto sulla Situazione sociale del Paese 2019.

Associazione Solaria e PD per la città di Catanzaro: secondo incontro online su economia e lavoro

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Comunicato stampa

Ieri pomeriggio si è svolto il secondo incontro online organizzato dal Presidente
dell’associazione Solaria Sandro Benincasa e dai circoli PD della città di Catanzaro.
L’interessante dibattito, al quale hanno partecipato oltre ai segretari di circolo della città e
della provincia, anche il segretario CGIL Raffaele Mammoliti, il consigliere regionale Libero Notarangelo, l’On. Antonio Viscomi e il già ministro del lavoro con il governo Prodi On. Cesare Damiano, si è incentrato su alcune questioni di attualità politica.Associazione Solaria
Si è discusso delle ultime misure economiche del Governo che in generale sono state
considerate importanti dal punto vista economico, anche se migliorabili con l’inclusione di
alcune categorie rimaste escluse (come l’intero terzo settore e le famiglie). Si è parlato anche degli interventi regionali a favore delle imprese, considerati insufficienti in quanto rivolti solo ad una piccola platea di beneficiari e della mancanza di programmazione dell’amministrazione comunale che allo stato attuale, con la stagione estiva alle porte, non ha ancora emesso alcun provvedimento per favorire la ripresa delle attività economiche.
E’ stata fatta anche una riflessione sulla necessità di avviare una serie di riforme per migliorare le condizioni dei lavoratori anche in previsione dell’affermazione di nuove tipologie di lavoro (riscoperte proprio per l’emergenza Covid) come ad esempio lo smart working.
Infine è stato riconosciuto l’attivismo che sta caratterizzando i circoli del PD, che in più occasioni hanno portato avanti, con risultati positivi, alcune battaglie importanti come quelle sulle questioni sanitarie.
Durante il dibattito, più volte, si è affrontata la questione organizzativa del partito, sia a
livello provinciale, sia a livello cittadino. Tra i vari interventi è emersa la necessità, unanime, di procedere in tempi brevi alla creazione di organismi cittadini e alla definizione di una programmazione politica alternativa al centro destra.
Il numero di partecipanti agli incontri – dichiara l’organizzatore Sandro Benincasa – dimostra la chiara esigenza, da parte di iscritti al PD e non, di avere dei luoghi di confronto aperti in cui discutere su alcune questioni politiche. Per quanto mi riguarda riproporremo altre iniziative e cercheremo di gettare le basi per ricostruire una proposta politica del nostro partito”.

Sandro Benincasa (Associazione Solaria)
Coordinamento PD Catanzaro
Forum Associazioni calabresi
Gruppo laburisti dem Calabria

CORONAVIRUS E GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI IN CALABRIA

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Questione ambientale e politiche sanitarie, INU Calabria e WWF Calabria riflettono su ulteriore urgenze

Tre mesi di emergenza coronavirus in Calabria hanno fatto riemergere la crisi dello smaltimento dei rifiuti che, pur non essendo una novità, si ripresenta ancora più allarmante nella sua doppia evidenza:
– discariche al collasso;
– mancata gestione dei rifiuti urbani in relazione alla trasmissione dell’infezione da coronavirus.
Esiste un problema più generale a monte, come stato sottoscritto dall’ANCI nel documento di richiesta di fondi sostitutivi alla riscossione della TARI, per continuare a finanziare la raccolta dei rifiuti, scongiurando il rischio di una prossima sospensione dell’attività.
Sugli aspetti sanitari, poi, gli Enti Locali dovranno organizzarsi tenendo conto delle Indicazioni emanate dall’Istituto Superiore di Sanità, che spiegano come la presenza tra i rifiuti di guanti e mascherine preveda l’incenerimento, oppure il conferimento in discarica, nella frazione indifferenziata con apporto di materiale di copertura.
E’ evidente che, nel caso della Calabria, reperire i fondi per la raccolta differenziata e riaprire le vecchie discariche esauste non è sufficiente a risolvere né il problema sanitario, né il problema dell’inquinamento prodotto da plastica e percolati.

CORONAVIRUS E GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI IN CALABRIAAssieme all’urgenza di risolvere annosi e contingenti problemi legati allo smaltimento dei rifiuti, si presenta l’occasione non più procrastinabile di ammodernare il sistema regionale di gestione dei rifiuti e di chiudere in attivo il ciclo di raccolta e smaltimento, agendo sul trattamento dei rifiuti indifferenziati in discarica.
Sono varie le tecnologie e le esperienze che in Italia e all’estero hanno seguito questa strada, ma tutte sono riconducibili ai seguenti obiettivi:
– estrazione energia da biogas in discarica, convogliata nella rete pubblica di distribuzione del gas, oppure riconvertita in energia elettrica e convogliata in rete che abbinata ad impianti di cogenerazione ad alto rendimento consente una produzione combinata di energia frigorifera, vapore, termoelettrica;
– estrazione di combustibili alternativi, ottenuto attraverso un controllato e sicuro processo di selezione dei rifiuti non pericolosi che residuano dopo la raccolta come da apposita normativa tecnica europea per il combustibile solido secondario (CSS).
E’ assolutamente necessario agire in questa direzione, già sperimentata, per risolvere un problema così urgente da mettere a rischio la vita di intere popolazioni.
Parallelamente alle attività citate, non si può fare a meno di realizzare una ricerca urbanistica sulla coesistenza degli impianti ed opere destinate alla gestione e trattamento dei rifiuti.
Studiare con approccio sanitario ambientale le proposte urbanistiche che potenzialmente realizzino un valore aggiunto sul territorio destinato all’ubicazione degli impianti e quindi del carico urbano che tali impianti definiscono.

Buona Pasqua agli amici dell’associazione IL CAMPO Idee per il futuro!

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Con l’augurio di uscire al più presto dalla solitudine

Ospedali “pennacchio” e meno posti letto per la sanità clientelare

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Di Lino Puzzonia

 

La Pandemia è arrivata anche in Calabria.

Si spera che possa avere un impatto meno tragico di quello nel Nord Italia, forse grazie all’ambiente, forse grazie alla maggiore tempestività delle misure di contenimento. Tuttavia, anche una situazione per ora non tragica, come quella lombarda, mette a nudo, proprio in questi giorni di preparazione al picco dell’epidemia, la fragilità di quello che può definirsi il non-sistema della sanità calabrese. Che ben prima dell’attuale grande emergenza, ci costringe a constatare che nella Calabria del XXI secolo si muore ancora di classe o di censo. Il disagio della sanità calabrese deriva da un intreccio di problemi: da una parte la penalizzazione subita in termini di ripartizione delle risorse ; dall’altro il cattivo uso delle risorse pur ingenti pervenute.

 

La penalizzazione è avvenuta in modi diversi nel tempo. C’è stato il finanziamento in base alla spesa storica che favoriva le regioni con più vaste e radicate strutture. Dopo il 1996, unico anno di vero finanziamento pro capite dei sistemi regionali, la quota capitaria corretta viene assegnata con discutibili criteri che fanno per esempio valere un calabrese il 16% in meno di un ligure. A ciò si è aggiunta la mobilità sanitaria passiva che nel 2019 vale il 10% del Fondo sanitario regionale e che rappresenta una palla al piede della sanità calabrese. La situazione potrebbe finanche peggiorare se la rivendicata autonomia differenziata del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia, innanzitutto) consentisse a queste regioni di migliorare ancora l’offerta di prestazioni sanitarie attraendo più emigrazione dal Sud. Negli anni passati le regioni settentrionali hanno compensato il proprio disavanzo di bilancio sanitario proprio grazie alle economie di scala realizzate con l’afflusso di pazienti meridionali. Il disavanzo si è così trasferito nel Mezzogiorno, dove il cane si morde la coda: meno servizi- più emigrazione-meno risorse-meno servizi. La sanità calabrese sovverte così le leggi del mercato, poiché la maggiore offerta determina un’alta domanda verso il Nord.

 

 

A questa situazione la politica calabrese, di destra e di sinistra, ha risposto in modo irresponsabile. La sanità è stata usata per mediare il consenso prima dei singoli (clientela su posti di lavoro spesso inappropriati) e più di recente dei territori in cui la merce di scambio è rappresentata dagli ospedali “pennacchio”. Si tratta di una rete ospedaliera assai irrazionale, arrivata a 41 strutture che mediano il consenso di decine di sindaci di ogni comprensorio, i quali fondano sulla difesa ad oltranza dei “loro” miniospedali collaudate fortune politiche. Sei ospedali, per esempio nel vibonese, con strutture e prestazioni modeste, in spazi di appena 100 km, sono il risultato di gravi errori strategici compiuti nella organizzazione della rete ospedaliera. L’Italia si è mossa invece con un passo diverso. Le relazioni sullo stato sanitario dell’Italia (1999 – 2009) evidenziano che nel Nord si è registrata una riduzione del 50% degli ospedali e del 28% dei posti letto, concentrando i servizi in poli di elevata qualificazione. Nel Sud gli ospedali sono diminuiti del 23% ed i posti letto del 38%.

 

In Calabria si è avuta, la diminuzione del 2,6% degli ospedali e del 36% dei posti letto. Si è così rinunciato ai poli qualificati, creando ospedali sempre più piccoli, meno gestibili sul piano economico-finanziario, inutili e forse dannosi sul piano operativo. In tal modo si sono sprecate le risorse, al netto delle discriminazioni accennate comunque importanti. Il piano di rientro e il commissariamento, tesi solo alla tenuta finanziaria, con gravi tagli al personale, diminuzione dei servizi e ulteriore aumento dell’emigrazione, hanno ancor più depauperato la sanità calabrese.

 

Oggi è perciò indispensabile un piano “industriale” fondato su un forte rilancio qualitativo del territorio. Si possono creare una settantina di strutture distrettuali vicine ai cittadini (case della salute, poliambulatori) capaci di erogare il primo e parte del secondo livello assistenziale. Tali strutture, da insediare nei piccoli ospedali dismessi e da dismettere, rappresenterebbero un vero filtro verso gli ospedali , a cui demandare il ruolo di gestione dei casi acuti e delle patologie maggiori. Undici ospedali (8 spoke e 3 hub), uno per ogni importante comprensorio calabrese, possono arginare l’emigrazione sanitaria, ridando pari opportunità a tutti i calabresi. Al culmine di questa rete si collocherebbe l’hub dellazienda ospedaliero-universitaria di Catanzaro, realizzando il progetto originario di creare un’integrazione significativa tra la grande tradizione assistenziale degli ospedali catanzaresi e la capacità formativa e di ricerca garantita dall’università.