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La lezione di Melfi

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Per capire Melfi oggi bisogna fare un passo indietro
di Domenico Cersosimo 
 
Bisogna uscire dalla congiuntura di questi giorni e riandare ad un oltre un decennio fa allorché lo stabilimento automobilistico venne concepito e disegnato dal management Fiat.

Un nucleo avvertito del top management Fiat dell’epoca (Annibaldi e Magnabosco innanzitutto, sostenuti da Romiti) convinse la proprietà a prendere sul serio la lezione giapponese e ad avviare dunque un nuovo stabilimento nel quale implementare tecniche e organizzazione ispirate alla cosiddetta “produzione snella”. Quest’ultima, a differenza della fordista “produzione di massa”, è basata su stabilimenti molto più piccoli, perché focalizzati soltanto sul core della produzione (l’assemblaggio), su un tendenziale azzeramento delle scorte e dei relativi costi di magazzino, su una struttura dell’organizzazione del lavoro più piatta e su una maggiore collaborazione di operai e tecnici sia sul “fare” che sul “pensare” auto e processi di lavorazione. I due caposaldi insomma del nuovo paradigma postfordista sono da un lato fabbriche più snelle e allo stesso tempo organicamente interconnesse con un pool di fornitori di componenti che alimentano “nel tempo e nella quantità giusta” la catena di produzione della fabbrica-madre; dall’altro, un ampio bacino di manodopera “fresca”, “vergine”, disponibile a farsi contaminare dalla nuova filosofia produttiva. Per questi motivi, la lean production, in Italia e nel resto del mondo, cerca “prativerdi”, ambienti socio-istituzionali senza accumuli pregressi di esperienze industriali e di relazioni sindacali.

Melfi è dunque un luogo ideale. Perché è baricentrico rispetto al resto della capacità produttiva Fiat decentrata nel Mezzogioro continentale e quindi in grado di ottimizzare il gioco cooperativo tra gli stabilimenti connaturato al nuovo modello produttivo. Perché consente di ottenere generosissimi contributi finanziari pubblici. Perché consente di accordarsi con una classe dirigente politica locale relativamente coesa ed affidabile. Ma soprattutto perché offre un’ampia disponibilità di forza lavoro giovane, scolarizzata, disoccupata, priva di qualsiasi socializzazione produttiva e dispersa in un tessuto urbano sfrangiato, rurale.

Cosicché nei primi anni Novanta la Fiat costruisce a Melfi una fabbrica molto bella. Una fabbrica-modello. Il luogo intenzionale dove sperimentare e implementare il nuovo modo di produrre le auto. Le architetture materiali sono ricercate, così come i colori e le luci. Le penosità del lavoro fisico compresse al massimo: le presse sono incapsulate in modo da eliminare rumori e vibrazioni; la saldatura e la verniciatura completamente robotizzate; grande attenzione all’ergonomia per eliminare postazioni e attività fisiche particolarmente usuranti. E poi tutti, capi ed operai, con lo stesso giubbino amaranto; la mensa a fine turno in abiti “civili”; le postazioni lavorative dei colletti bianchi allocate lungo le linee produttive. Una rivoluzione. Una rivoluzione costosa, ma necessaria per la Fiat per ottenere consenso e collaborazione, fedeltà e identificazione da parte degli operai. Nonostante i bassi salari, alla partenza il consenso è altissimo. I lavoratori in quanto dipendenti della Sata (Società automobilistica tecnologie avanzate) non godono dei regimi salariali e contrattuali della Fiat. Il pratoverde consente infatti di pagare molto meno un operaio di Melfi rispetto ad un operaio di pari qualifica di Mirafiori. Il consenso è alto anche se gli operai sono coinvolti in anomale turnazioni: 6 giorni per due settimane e 3 giorni la terza settimana, a cui segue un riposo di 4 giorni. Perdipiù, la riduzione del tempo di mercato delle auto implica un ammortamento accelerato dei grandi investimenti immobilizzati negli stabilimenti e dunque turni notturni per uomini e donne, spesso per due settimane di seguito. Il consenso è alto perché fuori la fabbrica domina la disoccupazione e la penuria assoluta di occasioni per conseguire un reddito dignitoso, formale, istituzionale. La Fiat è l’occasione insperata per darsi un’identità, per emanciparsi, per sentirsi attivi, per entrare in una comunità produttiva. Chi proprio non ce la fa a reggere i ritmi abbandona, torna a sperare nel pubblico impiego oppure emigra. Gli altri restano, ob torto collo. Il consenso è alto per il deficit di memoria dei lavoratori (senza esperienze e culture conflittuali), ma anche per un loro eccesso di memoria sulle crude storie di emigrazione a Torino (o in Germania o Svizzera) dei loro padri, zii, cugini.

L’avvio è dunque in discesa. Melfi è una bella fabbrica. I giovani operai sono intelligenti e capaci di conseguire livelli di produttività da record in Europa. Il sofisticato congegno del sistema just in time, dopo un avvio problematico, consegue risultati apprezzabili. Non solo i fornitori a “bocca di stabilimento” irrorano di componenti preassemblati le linee della Sata, ma alimentano sempre più gli altri stabilimenti Fiat del Sud e finanche Mirafiori. Ciò consente al gruppo torinese evidenti economie di informazioni, contrattuali, di coordinamento, di specializzazione. Tutto sembra andare per il verso giusto. Anche quando negli anni a cavallo tra i due secoli le cose si mettono male per la Fiat, Melfi sembra al riparo. Eppure le ragioni della crisi erano insiti al modello. Il pratoverde non è eterno. Se non adeguatamente curati e mantenuti anche prati verdissimi sono condannati ad appassire, ad indurirsi con passare del tempo. I giovani operai imparano, apprendono, diventano via via più esperti. Finiscono anche per avere più fiducia in se stessi, verso gli altri, nella classe. Diventano più esigenti e, soprattutto meno esposti al “ricatto” delle condizioni di arretratezza del contesto. Cominciano ad esercitarsi più nel gioco della comparazione sincronica piuttosto che in quella diacronica. A considerare meno da dove sono partiti e più lo status dei loro colleghi di altri stabilimenti. A riflettere che sebbene conseguino livelli di produttività ben più alti che altrove la loro busta paga è più leggera di chi produce molto meno. A ragionare sul fatto che il loro lavoro notturno è meno apprezzato di quello di altri. Insomma, il tempo gioca a loro favore. Il management Fiat non sembra tuttavia accorgersene o comunque dargli grande peso. Forse perché sottovaluta l’importanza della questione salariale e delle progressioni di carriera. Forse perché convinta che le radici del consenso siano affondati in ingredienti extrasalariali: la bella fabbrica, il nuovo senso del lavoro, la comunità aziendale. Altrimenti non si spiega come non abbia preventivato ab origine l’inevitabile erosione della risorsa-pratoverde.

E’ questa la lezione di Melfi. L’incapacità del management aziendale di incorporare nel modello della fabbrica integrata un importante esito atteso: il progressivo depauperamento del patrimonio di consenso legato al greenfield. Con una aggravante. Se nel passato ogni stabilimento era una storia a sé, nel nuovo paradigma produttivo le fabbriche sono funzionalmente integrate. Si scambiano lavorazioni, fanno riferimento a medesimi fornitori, sono allineati in medesimi piani di produzione. La crisi di un punto produttivo trascina con sé il resto della filiera di produzione. E’ la debolezza del just in time. Da qui l’aggravante. Trascurare che i giovani operai hanno l’intelligenza di capire nel tempo la loro straordinaria forza contrattuale.

Domenico Cersosimo
per “il Quotidiano della Calabria” 

Il ricordo di un grande manager: Claudio Demattè

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di Beniamino Morrone, collaboratore del prof. Demattè
 
DEMATTE’, IL PROFESSORE CHE AMAVA LE SFIDE DI ROTTURA

Con il riordino delle Casse Meridionali, riuscì a realizzare la quadratura del cerchio: ordine nei conti, riorganizzazione aziendale, taglio del costo del lavoro senza incidere sull’occupazione.Una ricetta che poi fu “esportata” e adottata dal sistema creditizio e da altri settori produttivi.
Una Fondazione per dare continuità alla sua opera.

Demattè era stato dirottato al Sud il 3 luglio del 1996 per mettere ordine nei conti delle tre Casse meridionali del Gruppo Cariplo (Carical, Caripuglia e Carisal), puntare al loro rilancio e accelerare i tempi della privatizzazione della banca milanese. Ma all’operazione Demattè diede, come vedremo più avanti, un respiro e una valenza nazionale, con il chiaro obiettivo di dare al sistema bancario italiano, partendo proprio dal Mezzogiorno, la rotta giusta per stare al passo con l’Europa. Scrivo, dunque, per ricordare il maestro, l’amico, ma soprattutto perché trovo giusto che, almeno ora che non è più tra noi, le Istituzioni, il Sistema Bancario, la “sua” Bocconi, il Paese gli diano merito per i risultati straordinari prodotti e soprattutto, pensino a costituire una Fondazione che sappia dare continuità ai suoi insegnamenti.

Il dieci luglio ebbi il piacere di conoscere personalmente il professore. Non lo scorderò mai, mi colpirono in particolare la capacità d’ascolto, il carisma, la velocità di pensiero, la determinazione, i tratti signorili. Capii che si trattava, come si dice, di un cavallo di razza. Mi domandai come era stato possibile che un uomo di un altro pianeta fosse piovuto in Calabria. Incominciai a lavorare al suo fianco e vi rimasi per oltre quattro anni. Il professore sapeva che le cose da fare erano tante e complesse e che i tempi, ancora una volta, erano per lui brevi. Prima di cominciare il nostro tour mi anticipò il suo progetto: una lezione semplice, come lui sapeva fare. “Le banche meridionali hanno una struttura di costi fissi incompatibile con il volume delle attività indotte dalla struttura economica del territorio, dunque è urgente “ripensare” il credito al Sud. E’ necessario perciò un patto chiaro con i sindacati per ridurre i costi a livelli accettabili, sul piano del rapporto con il mercato poi, occorre più responsabilità e prudenza nell’erogazione del credito da parte delle banche, più disciplina da parte dei debitori nell’onorare gli impegni e più incisività da parte della magistratura nel farli onorare”. “Le nostre Casse si trovano ad un bivio: fra la crisi irreversibile e lo sviluppo. Occorre voltare pagina e questo significa, insisto, fare tre cose: ristrutturare le banche, impostare su basi più sane i rapporti con la clientela, promuovere lo sviluppo delle aree nelle quali operano”.

Con questo impegno iniziò, il giorno successivo, il nostro giro per la Calabria e la Basilicata, per toccare con mano la realtà, conoscere da vicino le filiali della banca, i suoi uomini, il territorio, il mondo delle imprese, le istituzioni, le associazioni di categoria, gli organi di stampa. La mattina la partenza era fissata per le sette, il rientro, al San Michele, non prima delle venti. Il professore era nato tra le montagne, rivendicava le sue origini trentine, ma amava molto il mare; e tuttavia quell’estate frequentammo la spiaggia soltanto il sabato e la domenica. Il Presidente amava presentarsi agli appuntamenti nelle filiali con semplicità e senza che le visite fossero annunciate. Durante i viaggi in Calabria e Basilicata, il nostro lavoro era principalmente dedicato a rappresentare alla stampa con coraggio e trasparenza il progetto di rilancio di Carical e ad arginare le pesanti resistenze politiche e sindacali. Il professore non trascurava niente: voleva sapere, capire, chiedeva notizie sulla storia della banca, sulle tradizioni, sulla cultura calabrese, sulle cause del mancato sviluppo della regione, sulla vischiosità della politica e delle istituzioni. Insomma, tutto ciò che era utile perché potesse farsi un’idea della realtà con la quale da lì a poco avrebbe dovuto fare i conti.

L’impegno del professore continuò con maggiore lena a settembre. Lo stato di salute delle tre Casse meridionali – questo era il suo punto di maggiore forza – era strettamente legato allo sviluppo del territorio, dunque il rilancio non poteva prescindere da un superamento dei ritardi e delle disfunzioni dell’economia meridionale. Con questo obiettivo il nostro tour si allargò alla Puglia, in pratica non si interruppe mai. Sempre in giro alla ricerca di alleanze, di consensi su proposte quali quella di una venture capital per il Sud: un patto a tre, banca, impresa e Stato, finalizzato a favorire lo sviluppo e l’occupazione. “Vedete, diceva spesso ai suoi interlocutori, è importante voltare pagina perché dobbiamo essere pronti all’appuntamento con l’Europa. La geografia, sosteneva, assegna al Sud un handicap per il presente, ma anche una prospettiva per il futuro. L’handicap è la distanza dal grande mercato del centro Europa, ma la stessa posizione geografica potrebbe diventare in futuro la carta vincente se parte la ricostruzione dell’ex Iugoslavia, se si salda la cintura che partendo da Tirana raggiunge la Turchia e l’Egitto, se si afferma la centralità di Gioia Tauro, se si potenzia e qualifica l’offerta turistica, se si dà spazio in agricoltura alla ricerca e alla sperimentazione. Per dare sostanza a quest’idea progettuale gli imprenditori, diceva, dovranno fare la loro parte perché la competizione sarà sempre più serrata. Le imprese dovranno irrobustire il loro patrimonio, avviare significativi processi di ristrutturazione, acquisire una nuova cultura, bandendo vecchie ed improduttive logiche assistenzialistiche. Ma, ovviamente, anche le banche dovranno voltare pagina, dovranno agire incisivamente sulle capacità di sviluppo dell’economia”. Concentrati a perseguire questo obiettivo, settembre ed ottobre furono due mesi molto caldi. Da una parte, gli incoraggiamenti della Banca d’Italia verso la ricerca di un accordo sindacale flessibile, a tutto campo, dalle questioni normative al costo del lavoro; dall’altra l’esigenza di fronteggiare la contrapposizione sindacale e politica sempre più incalzante, decisa a difendere con tutti i mezzi una realtà consociativa che tanti guasti aveva provocato.

Fu così che il 29 ottobre decidemmo di organizzare una conferenza stampa a Roma nella sede dell’ACRI, alla presenza di tutta la stampa nazionale ed estera, per presentare Fincarime (la nuova holding alla quale facevano appunto riferimento le tre Casse meridionali) e per inviare al Paese un messaggio che solo un uomo determinato come il professore avrebbe potuto lanciare: consistente ricapitalizzazione, trasferimento dei crediti in sofferenza ad una bad bank, negoziato non-stop con i sindacati per arrivare ad un taglio del costo del lavoro e per trovare una soluzione ad un’eccedenza di personale stimata in 1.400 unità, avvio di una radicale riorganizzazione e ridistribuzione di funzioni e attività. Vie alternative o scorciatoie, questa era la conclusione del messaggio, nessuna. Da quella data partirono una serie di iniziative che – in un contesto complesso come quello meridionale – potrebbero oggi essere portate come “case history” nelle aule universitarie per dimostrare che anche le imprese impossibili, quando sono pensate e gestite con competenza e decisione, possono produrre risultati impensabili.

Il 24 novembre del 1996 venne raggiunto l’accordo con le organizzazioni sindacali che consentiva di ridurre i salari di circa il 25% ed allineava i costi a quelli compatibili con la concorrenza e con le richieste della comunità europea. Tutto senza incidere sui livelli occupazionali e soprattutto senza l’intervento pubblico, come era stato necessario per altre banche del Sud. Primo accordo in Italia – è questo il capolavoro di Demattè – che finì per indicare al sistema bancario italiano la strada maestra per uscire dalla crisi senza traumi. Lo stesso F.M.I. in occasione dell’annuale convegno a Hong Kong, definì l’accordo raggiunto come “la rotta da seguire per risolvere il problema del costo del lavoro”. Sempre in quel periodo, il Governatore della Banca d’Italia, dalle pagine del Corriere della Sera, forte dell’intesa raggiunta da Demattè, ebbe l’opportunità di lanciare un nuovo allarme ed un invito alle banche ad accelerare l’avvio del non più rinviabile processo di riorganizzazione del sistema. Un invito che offrì al Presidente dell’ABI – Tancredi Bianchi – l’occasione per chiedere al Presidente del Consiglio Prodi di farsi promotore di un tavolo negoziale tra esecutivo, ABI e sindacati bancari per esaminare, alla luce di quanto era stato fatto nel Mezzogiorno, i “tre problemi che frenavano il mondo del credito: esuberi, costo del lavoro e rigidità dei contratti”. Nei mesi successivi Demattè portò con successo a compimento il processo di riorganizzazione e ripatrimonializzazione aziendale, definì gli aspetti societari, avviò la nuova Banca Carime.

Il 16 gennaio del 1998 tornammo a Roma, nella stessa sede dell’ACRI, di nuovo a confronto con la stampa nazionale per onorare l’impegno preso nell’ottobre del 1996, presentare Carime e dire al Paese che la missione Mezzogiorno si era conclusa felicemente. Dopo avere messo ordine ai conti delle tre Casse meridionali, nasceva dunque Banca Carime: un patrimonio di 1.600 miliardi, senza una lira di sofferenza, oltre 4.000 dipendenti, pronta ad operare con rinnovato impegno per favorire lo sviluppo del Sud. Demattè non solo si lasciava alle spalle la crisi delle Casse meridionali, ma offriva all’intero sistema bancario un progetto organico che, preso come modello, portò Cariplo prima, Banca Intesa poi e via, via tutte le altre banche verso quel processo di cambiamento e di aggregazione, che consentì al sistema bancario di presentarsi all’appuntamento con l’Europa con le carte in regola.

Ma vi sono altri punti d’osservazione che non possono essere trascurati. Demattè portò a compimento il suo progetto facendo sempre squadra, senza portare mai nessun manager dall’esterno: non ne aveva bisogno, era troppo forte. Alla maniera dei grandi allenatori, ha sempre utilizzato le risorse a disposizione e con esse è pervenuto al successo. Agli uomini più autorevoli ha dato la possibilità di crescere e di proporsi in competizioni ancora più esaltanti. Seguiva l’esecutivo con il massimo rispetto, senza mai entrare nel merito delle scelte gestionali. Demattè, dotato di grande sensibilità ed umanità, era, per formazione e cultura, un democratico, un garantista rispettoso delle persone e dei diritti dei lavoratori. Amava le sfide, affrontava con coraggio e determinazione le imprese più disperate, ma le sue azioni erano sempre condotte a viso aperto e con occhio attento alle regole. Mai e poi mai usò o avrebbe usato il suo potere a sproposito. Tutt’altro, le sue armi vincenti sono sempre state la dialettica, la capacità di convinzione. Tracciata la rotta, salvati i livelli occupazionali, avviata Carime, la missione di Demattè poteva dirsi conclusa, ma non fu così.

Nominato Presidente delle Ferrovie, i nostri incontri divennero sempre più radi, ma lui, nei momenti più difficili, era sempre pronto ad affrontare la piazza (amava la piazza), ad offrire a Carime il suo prestigio, la sua esperienza. Tutte le sue grandi scelte sono state affrontate e vissute con passione ed intensità. Indubbiamente una questione di carattere. Tuttavia, è certo: Demattè era un personaggio scomodo, estraneo a schemi precostituiti e, per questo utile al sistema solo per imprese di “rottura”. Si spiega così la sua presenza alla Rai e alle Ferrovie e nello stesso Gruppo Intesa, dove in questi ultimi anni avrebbe certamente meritato altro spazio. Stava sornione al gioco, era consapevole di operare in un Paese vocato a logiche consociative, con ritmi esasperatamente lenti, lontano dall’Europa, dalle nuove regole dettate dal mercato e dalla globalizzazione. Sapeva di essere attrezzato per le imprese difficili e questo gli piaceva, ma era anche troppo scomodo, troppo fuori da certe logiche. Il professore ci ha lasciati nello spazio d’un mattino, con la stessa rapidità con la quale affrontava e risolveva i problemi.

Una vita intensa ma troppo breve.
Una perdita grande per la sua famiglia, per tutti noi, per il Paese. Spero almeno che dalla “sua” Bocconi prenda corpo l’idea di costituire una Fondazione che sappia dare continuità al suo progetto, alla base del quale vi erano soprattutto i grandi valori dell’etica.

Beniamino Morrone
collaboratore prof. Claudio Demattè 

Il Campo contro la guerra

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L’Associazione partecipa alla manifestazione.

L’Associazione Il Campo – idee per il futuro ha partecipato oggi alla grande manifestazione contro la guerra con lo striscione del progetto di solidarietà all’università di Nassirya.

a cura della redazione

Tre domande sulla “Cittadella”

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Pino Soriero su “il Quotidiano” a proposito della nuova sede della Regione Calabria
 
E’ urgente fare chiarezza sulla vicenda della “Cittadella”, anche alla luce di ciò che la stampa ha riportato sulla recente udienza tenuta a Catanzaro davanti al giudice civile, sui due livelli di contenzioso tra Regione e imprenditori per l’acquisto del terreno in località Sansinato. La magistratura sta portando avanti il suo lavoro Noi auspichiamo che arrivi a conclusioni rapide a tutela di tutti i cittadini e per sgombrare il campo da interpretazioni oblique e da rimbalzi di responsabilità che stanno portando ad un continuo rinvio della costruzione della sede. Intanto le Istituzioni devono riprendere a discutere e decidere, a salvaguardia dell’interesse generale, per dare rapidamente alla Calabria una sede autorevole e adeguata all’esercizio delle funzioni direzionali che lo Statuto affida alla città di Catanzaro. Un anno e mezzo fa la Giunta Regionale aveva detto che la scelta di quel terreno e di quel progetto avrebbe portato alla più rapida realizzazione dell’opera.
Gli esponenti della destra che con tanta superficialità hanno sponsorizzato la scelta del progetto e delle procedure “chiavi in mano”, ora devono chiedere scusa alla città offesa e avvilita da queste pratiche dilatorie. I DS e l’intero Centro Sinistra dentro e fuori il consiglio Regionale hanno evidenziato subito che la mancanza di rispetto delle norme europee sugli investimenti avrebbe prodotto l’esatto contrario: ritardi, rinvii, contenziosi prolungati.
Nei mesi scorsi i DS sono stati protagonisti di forti iniziative politiche e di lotta assieme agli altri esponenti del centro sinistra ed anche ad esponenti del nuovo PSI e dell’attuale maggioranza.
Ora riproponiamo con forza l’attenzione sulla Cittadella perché vogliamo che sia realizzata al più presto la nuove sede della Regione, con procedure trasparenti che diano garanzie sull’utilizzo delle risorse pubbliche e sulla migliore valorizzazione possibile delle capacità imprenditoriali esistenti in Calabria. E’ importante che le istituzioni a tutti i livelli, Consiglio Provinciale e Consiglio Comunale di Catanzaro, discutano al più presto un aggiornamento sull’intera vicenda per riassumere la titolarità di una iniziativa che al momento appare “commissariata”.
Abbiamo letto sulla stampa che l’Assessore all’urbanistica Mirigliani ha detto, nel corso dell’udienza, che la REgione è disposta ad acquistare dalla HERMES il progetto definitivo della Cittadella “secondo tariffa applicabile per lo opere pubbliche, se vantaggiosamente utilizzate”. L’assessore regionale, per competenza ed esperienza, può e deve subito correggere un percorso iniziato al di fuori di ogni regola. Si comprenda quindi che non si può continuare così se si vuole evitare il rischio di ulteriori spese di denaro pubblico ed ulteriori ritardi nei tempi della realizzazione.
E’ necessario innanzitutto correggere l’interpretazione acquisita dalla stampa di una sorta di commissariamento sull’intera vicenda e di trattative di tipo privato. E’ un metodo che non garantisce né gli interessi della Regione, né un chiarimento serio con gli imprenditori. E’ arrivato il momento di discutere, in questa città e in questa regione, con più chiarezza del rapporto tra pubblico e privato, tra istituzioni e mercato.
E i rappresentanti della destra non possono da un lato elogiare il trionfo del mercato e dall’altro violare quelle regole di trasparenza che stanno alla base della libera iniziativa delle imprese. Perciò i DS e il CEntro Sinistra, in continuità con la battaglia molto forte condotta nei mesi scorsi, sollecitano un dibattito pubblico sul problema a partire da tre domande prioritarie:
1) La regione riconosce di aver pagato “erroneamente” una somma in eccesso per l’acquisto del suolo?Chi risponde politicamente di questo errore? Si può scaricare davvero ogni responsabilità solo su un dirigente regionale? Qual garanzie vi sono che non si stiano commettendo altri errori e altre spese in eccesso?
2) Gli imprenditori chiedono un risarcimento cospicuo per il mancato affidamento dei lavori di costruzione della Cittadella previsto in diversi atti che portano la firma della Giunta Regionale. Perché gli imprenditori sono stati trascinati in una procedura estranea alle leggi italiane ed europee?
3) Il bando di gara per la realizzazione dell’opera secondo la normativa europea, deve avere presupposti limpidi. Quali sono le direttive politico-istituzionali per evitare il rischio di nuovi contenziosi e nuovi ritardi?

In nessuna altra città d’Europa si decide di problemi così importanti espropriando le sedi istituzionali competenti. Noi pensiamo che anche Catanzaro sia a pieno titolo città europea.
Perciò chiediamo che si concluda quindi al più presto questa esperienza di commissariamento atipico per consentire alle diverse sedi istituzionali di assumere tutte le decisioni necessarie a rispettare e valorizzare le funzioni di Catanzaro, capoluogo della Calabria.

Pino Soriero
della direzone nazionale Ds. 

Inaugurata la sede dell’Associazione “Il Campo – idee per il futuro” a Catanzaro

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presenti fra gli altri Marco Calamai e Antonio Padellaro 
 
EUROPA E MEZZOGIORNO: il sogno, le scelte.

LA CULTURA E LE UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA PER LA PACE NEL MEDITERRANEO IL PROGETTO DI SOLIDARIETA’ PER L’UNIVERSITA’ DI NASSIRIYA

Oggi presentiamo in Calabria “Il campo – idee per il futuro”, associazione culturale che si propone come luogo di comunicazione tra competenze culturali e scientifiche ed esperienze politiche e istituzionali.
E’ nata dalla volontà di offrire “un luogo ideale”, IL CAMPO, in cui sia possibile far convergere idee, ricerche, proposte elaborate da Centri culturali e scientifici per confrontarle con soggetti impegnati a livello politico e istituzionale, a partire dai nuovi amministratori meridionali.
E’ nata per contribuire a declinare in termini nuovi la questione del Mezzogiorno: in relazione da una parte alla gravità della crisi economica e finanziaria rispetto all’attuazione della riforma federalista dello Stato e dall’altra al vero e proprio scontro sul ruolo dell’Europa, sulla sua tenuta unitaria, sulla sua possibile funzione per prospettive durature di pace nel Mediterraneo e nel Mondo. E’ nata per dare un contributo al rinnovamento culturale della comunità in cui opera: lotta alla mafia e alla “mafiosita” dei comportamenti sociali; più efficace difesa della legalità e dei diritti; migliore qualificazione delle rappresentanze politiche e istituzionali, attraverso il coinvolgimento immediato di giovani nella crescita e nel ricambio delle classi dirigenti.
Senza doppiare le funzioni proprie di altri centri studi e di altre associazione politiche e culturali, lavoriamo per fornire un contributo originale in quanto “centro di comunicazione e di cooperazione culturale” nel rapporto con altre strutture organizzate.
Guardiamo al campo come luogo emblematico della fertilità e della crescita ma anche metafora della piazza: spazio dell’incontro, del confronto e delle idee. Spazio aperto per progettare e costruire attività e iniziative. Da tempo, assieme agli amici promotori di questa associazione, ragionavamo sul bisogno impellente di arricchire l’approccio politico e di esprimere un salto di qualità nel rapporto tra partiti e società civile. Nel Mezzogiorno, più che altrove, la politica viene considerata da tanta parte dell’opinione pubblica e da moltissimi giovani come una risorsa deteriorata, spesso omologata, a volte non credibile.
Da qui l’esigenza di aprire di più i circuiti della politica, facendo tesoro di tutto ciò che i movimenti (da quello sindacale, ai No-Global, ai Girotondi) rappresentano, come nei giorni scorsi hanno dimostrato le manifestazioni a tutela del diritto all’informazione, allo studio, al lavoro. L’esigenza è quindi di approfondire e caratterizzare un forte approccio culturale rispetto agli schemi poveri e omologanti diffusi nel ceto politico, non solo nel Mezzogiorno.
D’altro canto l’esigenza di dare un contributo culturale allo svecchiamento della vita politica e istituzionale ha trovato nei mesi scorsi sollecitazioni autorevolissime nel mondo cattolico: ben due documenti importanti dei Vescovi che hanno posto con forza l’esigenza di distinguere la politica, di dimostrare ai cittadini che non tutti i politici sono gli stessi, e che ci sono forze che vogliono impegnarsi per tenere alta la soglia della moralità pubblica grazie a Monsignor Cantisani per anni presidente della conferenza episcopale calabrese e della conferenza nazionale della CEI per l’immigrazione.
Questo bisogno di fare politica in maniera più efficace ha tratto un impulso forte dalla proposta avanzata da Romano Prodi di una lista unitaria alle elezioni europee. Abbiamo lavorato in sintonia con il progetto che Prodi, efficacemente, ha definito:
Europa, il sogno, le scelte.
Vogliamo contribuire ad una vera e propria “fase costituente” per sperimentare dal basso un modello federativo, per contemperare unità e diversità, per esaltare la pluralità dei diversi apporti alla definizione del progetto comune, per contrastare il ripiegamento del paese verso culture e pratiche regressive (con Fernando Miglietta negli anni scorsi abbiamo promosso dibattiti importanti che hanno prodotto due libri dai contenuti interessanti e dai titoli anticipatori: “plurale a sinistra” e “l’unità e le differenze”).
Con lui, con Dino Vitale e con tutti gli altri componenti calabresi del comitato scientifico nazionale (qui stasera sono presenti Franco Crispini, Mimmo Cersosimo, Mauro Minervino, Gino Promenzio ed altri) ci siamo posti il problema di riaggregare un circuito di comunicazione culturale confrontandoci con dirigenti politici, sindaci e rappresentanti di associazioni e movimenti. Un confronto appassionato che ha avuto come riferimenti importanti l’impostazione politica presentata da Piero Fassino e l’elaborazione programmatica coordinata da Bruno Trentin. In questa sede riproponiamo il nostro obiettivo rimettere al centro i contenuti per contribuire alla stesura di un programma di alto profilo riformista che parli all’intero paese, misurando e selezionando una nuova classe dirigente.

Come combattere dal Sud la cultura del leghismo, emblematica di una involuzione che ha toccato la parte più ricca e moderna dell’Italia?
Come contribuiamo da qui a ricreare le basi per un nuovo sentire comune che entri in forte sintonia con le dinamiche avvertite da tutti gli altri cittadini d’Europa?

Anche noi dobbiamo muoverci subito perché lo scenario europeo in questi giorni è davvero inquietante: la guerriglia quotidiana in Iraq sta riverberando tutta la sua violenza sulle nostre condizioni concrete di vita, di mobilità e di comunicazione; è davvero preoccupante la situazione del mondo e in particolare dell’area a noi più vicina, quella Mediorientale, che si presenta ormai come una vera e propria polveriera. Siamo convinti che non ci può essere alcun futuro del Mezzogiorno e dell’Italia se nel Mediterraneo non prevale una prospettiva di pace e di libertà.

In sintesi sui temi della globalizzazione siamo convinti con il premio nobel Amartya Sen che: “Il futuro del mondo è intimamente connesso al futuro della libertà nel mondo”. E’ decisivo in tal senso un ruolo immediato, incisivo, forte dell’Europa.
Anche negli Stati Uniti d’America in questi giorni tanta parte dell’opinione pubblica ha capito che il conflitto in Iraq è stato fondato su una grave menzogna del presidente Bush e del suo governo.
Le notizie che arrivano in queste ore dall’Iraq confermano la gravità della situazione descritta nel libro di Marco Calamai a proposito della sicurezza in quell’area, dei caratteri della transizione democratica, della funzione dell’Italia in quella realtà drammatica. Ringrazio lui e Antonio Padellaro, condirettore dell’Unità che l’ha pubblicato.
Si parla finalmente di una scadenza del 30 giugno per il passaggio agli iracheni di responsabilità di governo. Ma non possono permanere ambiguità sul percorso di questi mesi. Diciamo con nettezza no alla guerra e a quel fenomeno altrettanto inaccettabile che è “la guerra dopo la guerra”.

La nostra Associazione in sintonia con tanta parte dell’opinione pubblica italiana, e anche di quella americana, chiede una svolta radicale ed immediata nel governo della transizione sotto la guida diretta dell’ONU. Da ciò l’urgenza di rilanciare le prospettive dell’unità europea, superando le divisioni di questi giorni in nome di un progetto condiviso. E qui fa pensare quanto sia stato debole il ruolo della presidenza italiana del semestre europeo se, dopo quel semestre la notizia che primeggia è quella dell’incontro a tre tra Francia, Germania e Gran Bretagna.

E’ un problema che non può essere affrontato attraverso le chiusure localistiche di un governo in mano ai leghisti. Va ripensato con ben altro respiro, perché è un problema di grande portata consegnatoci da quello che non a caso Hobsbawm ha definito “il Secolo breve”. Ecco perché si impone oggi più di prima l’esigenza di una nuova unità nazionale ed europea per essere a pieno titolo cittadini d’Europa, per contribuire a far pesare di più l’Italia in Europa e l’Europa a livello mondiale.
E’ un problema che va affrontato con decisione ed entusiasmo al Sud e al Nord!
La cultura del leghismo è emblematica di una involuzione che ha toccato la parte più ricca e moderna dell’Italia. Il disagio rispetto a questa situazione comincia ad affiorare. Di recente sul Corriere della sera il suo direttore Stefano Folli ha aperto un dibattito sollecitando le forze più sensibili ad esprimere un “nuovo illuminismo”, con riferimento alle loro radici, a Verri, a Porta, a Beccaria. E noi, dal Mezzogiorno, come possiamo contribuire a questa riflessione nazionale?
Noi del Sud che abbiamo alle spalle l’illuminismo di Filangeri, di Genovesi e le idee di quell’abate Galiani che un grande storico come Fernand Braudel considerava l’uomo più lucido del suo tempo!
Perciò dico che anche noi abbiamo il dovere di misurarci sull’impulso kantiano “sapere aude”! Ed è l’Europa che ci induce e ci aiuta ad affrontare i problemi respingendo la logica dello scontro meschino tra nord e sud, tra aree forti ed aree “sotto utilizzate”, tra cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Perciò proponiamo oggi che da Catanzaro e dalla Calabria emerga un contributo concreto per accrescere subito segnali di attenzione e di solidarietà verso il popolo iracheno. Lavoriamo ad un progetto di solidarietà verso l’università di Nassiriya che trasmetta ai 5000 studenti (di cui 4000 ragazze) impegnati ogni giorno a studiare tra le bombe e gli attentati per costruire con dignità il loro futuro. Trasmettiamo loro tutto ciò che hanno cominciato ad accumulare al meglio le università della Calabria ed altre università del Mezzogiorno che hanno aderito al progetto.

Come vedete lavoriamo quindi con continuità, con quella impostazione ideale che il presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, ha indicato all’apertura dell’anno accademico dell’Università della Calabria ai primi di Novembre dello scorso anno.

Ricordando simbolicamente il porto di Gioia Tauro e i nuovi orizzonti che il suo sviluppo dirompente ha subito schiuso all’ intero sistema nazionale delle comunicazioni, Prodi ha detto che mentre la scoperta dell’America, secoli fa, segno’ un declino economico del Mediterraneo, l’affermarsi oggi dell’Asia e dei suoi popoli dischiude nuovi spazi per la rinascita di una funzione strategica della nostra area e una sfida esaltante per pensare al Mediterraneo, area di pace e prosperità condivisa.
Noi vogliamo partecipare con le nostre risorse, le nostre energie migliori.
Sono oltre 50.000 in Calabria gli studenti impegnati nelle Università calabresi; è un capitale sociale enorme nel quale noi crediamo con fiducia ed ottimismo. A chi ci chiede se non sia un obiettivo troppo ambizioso rispondiamo che la cultura del Mezzogiorno può e deve osare di più.
Noi che ci possiamo richiamare alle migliori tradizioni del Meridionalismo democratico, da Giorgio Amendola a Manlio Rossi Doria, da Salvemini a Giustino Fortunato fino a Pasquale Saraceno, tesa a porre la questione meridionale come grande questione nazionale per il futuro dell’Italia. In quest’ottica il Mezzogiorno riassume una funzione strategica per tutta l’Italia e per tutta l’Europa nel rapporto con il mediterraneo e i Paesi del Medio Oriente. Tentiamo percio’, questa sera, di dare il nostro contributo ad un dibattito che va ben al di la del Mezzogiorno e che coinvolge l’intera comunità nazionale.
A questo obiettivo vogliamo contribuire con la nostra Associazione, sapendo che ogni nuova iniziativa nel Mezzogiorno e sul Mezzogiorno è sempre difficile; ma come ha ricordato di recente proprio Gianfranco Viesti, a conclusione del suo libro citando riflessioni di Giustino Fortunato e Manlio Rossi Doria, dalla loro lezione abbiamo appreso che dobbiamo essere tenaci: “Serve continuare a piantare alberi e se le gelate li distruggono, a ripiantarli”.
E’ questa la funzione de “Il Campo”! E’ questo l’impegno più urgente per tutti noi perchè , come amava dire il grande scrittore Leone Tolstoj: “tutti pensano di cambiare il mondo; nessuno pensa di cambiare se stesso”. Perciò chiedo che ognuno di noi abbia il coraggio di mettere in discussione se stesso, le proprie abitudini, le proprie rendite di posizione. È questa la sfida culturale che mettiamo in campo oggi; ed è quanto anch’io voglio fare assieme a voi: per valorizzare di più la nuova Calabria, la nuova cultura e le nuove generazioni.
Grazie

Giuseppe Soriero